A rendere meraviglioso questo lungo romanzo, 725 pagine, è la scrittura diabolicamente accattivante di Collins. I suoi sono personaggi vivi, caratterialmente ben definiti, di cui il lettore finisce per sentirsi complice, amico. Le storie sono intrecci macchinosi, geniali, eppure credibili. La narrazione si giova di artifici rubati al teatro, e non solo.. il carteggio tra i vari protagonisti allenta la tensione e defatica la scrittura compulsiva legata all'agire della sua protagonista, Magdalen. Collins sembra che pennelli la scena, conoscitore accorto della società del suo tempo, in cui non mancano avvocati, notai, commercianti, marinai, fagocita il lettore in una storia in cui è possibile trovare tutto: amore, odio, gelosia, vendetta, passione, ironia, attenzione per i più umili, voglia di riscatto, altruismo. In una parola: un romanzo sfacciatamente godibile.
venerdì 29 aprile 2011
"Senza nome" di Wilkie Collins
mercoledì 27 aprile 2011
"L'agente segreto" di Joseph Conrad
"Non c'è idealizzazione che non impoverisca la vita. Abbellirla significa toglierle tutta la complessità: significa distruggerla. Ragazzo mio, lasciano che lo facciano i moralisti. La storia è fatta dagli uomini, ma non la fanno nella loro testa. Le idee che nascono dalla loro coscienza razionale svolgono un ruolo insignificante nel fluire degli eventi. La storia è dominata e determinata dagli strumenti e dai mezzi di produzione: dalla forza delle condizioni economiche".
Un linguaggio nuovo, sperimentale quello di Conrad per un'indagine psicologica e sociologica che va oltre la mera narrazione di intrattenimento popolare.
Un linguaggio nuovo, sperimentale quello di Conrad per un'indagine psicologica e sociologica che va oltre la mera narrazione di intrattenimento popolare.
martedì 26 aprile 2011
"Le vedove del giovedì" di Claudia Pineiro
Tra donne sull'orlo di una crisi di nervi e improbabili partite a tennis, grigliate e fuochi d'artificio, sbronze colossali e riti di iniziazione sembra animarsi la vita lungo i viali silenziosi e sicuri de La Cascada. Più in là, in una piscina, la voce di Diana Krall viene bruscamente smorzata.. dei ragazzini spiano la scena dall'alto, credono di vedere qualcosa.. alcune ore dopo i corpi di tre uomini affiorano in acqua. Cosa è davvero successo? Perchè un giovedì sera trascorso tra amici si è chiuso con una tragedia? Perché Ronie Guevara si è allontanato dal gruppo? Chi o cosa minaccia l'apparente tranquillità de La Cascada? "Siamo noi a chiuderci dentro, o chiudiamo fuori gli altri, per non farli entrare?"
Un piccolo giallo inquietante, una vibrante disamina sociologica dell'agire umano, imprigionato tra compromessi e costrizioni mentali, nel conflitto eterno tra l'essere e l'apparire, esasperato dalla fobica oppressione di un luogo chiuso quale si dimostra essere il complesso residenziale de La Cascada, reale comunità artificiale e artificiosa, tra finti amici e inquietanti imposizioni rivelatrici di una diversità da opprimere a qualcunque costo, qualunque essa sia. Un romanzo che attanaglia il lettore fino all'ultima riga spingendo a riflessioni tutt'altro che scontate.
"Gli chiesi: 'Hai paura di uscire?'"
"Gli chiesi: 'Hai paura di uscire?'"
lunedì 25 aprile 2011
"Un calcio in bocca fa miracoli" di Marco Presta
E invece un vecchiaccio così ha da regalare al mondo straordinarie cattiverie e improbabili buone azioni. Perché un falegname ultrasettantenne che ha a cuore un comodino sbilenco e una figlia con cui parla di rado sembra aver poco da dire al mondo e invece pare che il mondo gli faccia dispetto e lo metta al cospetto di un bimbetto frignante al giardinetto che reclama la sua attenzione, l'amico di sempre, il pizzicagnolo Armando, deciso a far da cupido a due giovani e far complice mezza città; la figlia che gli piomba in casa in fuga da un marito che forse non ama più forse perché troppo simile al padre, perennemente assente; una ex moglie bella e rompiscatole come sempre; una portiera fascinosa che a dispetto di tutto gli preferisce un barista meno attempato ma banale; ostinati giovanotti che in lui vedono 'una brava persona' a cui chiedere consiglio; medici decisi a fargli sentire tutto il peso dell'età e continui, strabilianti, piccoli incomodi quotidiani inframzzati ai ricordi che occupano più spaizo del presente.
Eppure questo vecchio all'apparenza cinico, caustico, surreale sempre fermo a un passo dalla brutta figura e dalla battutaccia, si rivela capace di slanci emotivi, aiuti disienterrati e parole sagge. Un vecchio che alberga dentro tutti noi o che vorremmo facesse parte della nostra vita, almeno per un pò. Un libro divertentissimo, in cui troviamo la verve del bravissimo Marco Presta, autore e conduttore con Dose de 'Il ruggito del coniglio', fortunata trasmissione di Radio 2.
"Ipazia. La vera storia" di Silvia Ronchey
Matematica, astronoma, filosofa Ipazia rivestì un ruolo chiave in quel di Alessandria tra il finire del IV e l'inizio del V sec. d.C. Donna erudita, esponente dell'élite pagana, abile osservatrice, versatile nella res publica al fianco delle stesse autorità civili, aspramente osteggiata dal vescovo Cirillo che ispirò la mano dei cristiani fanatici -forse i monaci parabolani- che l'assassinarono brutalmente trasformandola in un simbolo di libertà.
Silvia Ronchey va oltre il già sentito cercando di ricostruire, basandosi unicamente sulle fonti -da qui l'accuratissima appendice- la vita e soprattutto la morte di Ipazia. Fu davvero uccisa su istigazione del vescovo Cirillo? Il suo corpo fu davvero fatto a pezzi? Squartato? Ipazia fu accerchiata sulla soglia della sua casa? Chi o cosa ottenne che i suoi assassini la facessero franca? Perchè una donna era così rispettata, amata finanche temuta?
La Ronchey ripetiamolo, fa un lavoro certosino sulle fonti dirette, analizza una ad una le citazioni, segue la figura di Ipazia nel corso della storia, affidandola così alle mani del lettore che vien però privato della fascinazione del racconto. Ne viene fuori un puro esercizio di stile che poco aggiunge alla comprensione di una donna straordinaria divenuta nel tempo protagonista di romanzi, poesie, opere teatrali, famosi dipinti e su tutto, martire laica del pensiero scientifico.
Silvia Ronchey va oltre il già sentito cercando di ricostruire, basandosi unicamente sulle fonti -da qui l'accuratissima appendice- la vita e soprattutto la morte di Ipazia. Fu davvero uccisa su istigazione del vescovo Cirillo? Il suo corpo fu davvero fatto a pezzi? Squartato? Ipazia fu accerchiata sulla soglia della sua casa? Chi o cosa ottenne che i suoi assassini la facessero franca? Perchè una donna era così rispettata, amata finanche temuta?
La Ronchey ripetiamolo, fa un lavoro certosino sulle fonti dirette, analizza una ad una le citazioni, segue la figura di Ipazia nel corso della storia, affidandola così alle mani del lettore che vien però privato della fascinazione del racconto. Ne viene fuori un puro esercizio di stile che poco aggiunge alla comprensione di una donna straordinaria divenuta nel tempo protagonista di romanzi, poesie, opere teatrali, famosi dipinti e su tutto, martire laica del pensiero scientifico.
domenica 24 aprile 2011
"La donna che collezionava farfalle" di Bernie McGill
Il diario è quello scritto nei dodici mesi di prigionia da Harriet Ormond, condannata per l'omicidio volontario della figlia di quattro anni, Charlotte.
La storia è quella che a distanza di sessant'anni dagli eventi la vecchia Maddie racconta ad Anna ultima discendente degli Ormond. La storia fa luce sugli eventi occorsi in quel 1892 quando Charlotte venne trovata morta nella stanza del guardaroba, le mani legate con una calza annodata ad un anello nel muro. Cosa aveva fatto la piccola Charlotte per meritare una simile punizione dalla madre che era solita occuparsi di tutti i nove figli con tale durezza per responsabilizzarli? E cosa era accaduto davvero in quella stanza? Perchè una punizione si era trasformata in tragedia? Davvero Harriet Ormond era quel mostro di cattiveria che la piccola comunità si ostinava a giudicare con estrema durezza? Chi era davvero la donna che amava le farfalle, cavalcare e perdersi sulle verdi colline irlandesi? Cosa nascondeva l'altera bellezza e la fiera indipendenza di Harriet? Chi era la donna che si affaticava ad essere la madre più attenta e severa, la moglie devota e la brava padrona di casa che tutti ammiravano? Quale struggimento e dolore taceva nel freddo silenzio della prigione la donna che pagava poer la morte di una figlia nello stesso tempo in cui si affannava per metterne al mondo un'altra?
E ancora.. cosa aveva visto la piccola Maddie? Cosa aveva taciuto? Quale segreto aveva deciso di portarsi dentro? Fino a farle dire: "Per tutta la vita ho vissuto due esistenze: la mia e quella di Charlotte. Per lei mi adagiai sul mare, mi lasciai trasportare, guardai in alto e mi innamorai del cielo. Per lei inghiottii il mio terrore".
Un bellissimo romanzo, una prosa accesa, vivida, coinvolgente. Impossibile non lasciarsi trasportare dall'alternarsi delle due voci femminili che raccontano, ricordano, rielabono gli eventi. L'autrice è capace di confinare il lettore lì, in quella stanza del guardaroba, di fargli sentire il respiro affannato della piccola Charlotte, così come di riflettere i suoi occhi in quelli colpevoli di Maddie, o in quelle pozze scure ormai prive di calore della triste Harriot, la sua esistenza ferma come quella delle sue amate farfalle al momento della morte, imprigionate nell'attimo acceso della loro bellezza, il fremito delle ali che battono un attimo prima che la vita si arresti, per sempre. La McGill ricrea con assoluta compiutezza la vita in una grande dimora sul finire del XIX secolo, i gesti quotidiani della servitù, le vecchie credenze popolari mescolate alla fede, i loro occhi fissi sui 'signori', in particolare sulla padrona di casa, indomita, indifferente ai pregiudizi, forte solo in apparenza.. fragile nella diversità che sarà la sua vera colpa, che segnerà la sua condanna.
La storia è quella che a distanza di sessant'anni dagli eventi la vecchia Maddie racconta ad Anna ultima discendente degli Ormond. La storia fa luce sugli eventi occorsi in quel 1892 quando Charlotte venne trovata morta nella stanza del guardaroba, le mani legate con una calza annodata ad un anello nel muro. Cosa aveva fatto la piccola Charlotte per meritare una simile punizione dalla madre che era solita occuparsi di tutti i nove figli con tale durezza per responsabilizzarli? E cosa era accaduto davvero in quella stanza? Perchè una punizione si era trasformata in tragedia? Davvero Harriet Ormond era quel mostro di cattiveria che la piccola comunità si ostinava a giudicare con estrema durezza? Chi era davvero la donna che amava le farfalle, cavalcare e perdersi sulle verdi colline irlandesi? Cosa nascondeva l'altera bellezza e la fiera indipendenza di Harriet? Chi era la donna che si affaticava ad essere la madre più attenta e severa, la moglie devota e la brava padrona di casa che tutti ammiravano? Quale struggimento e dolore taceva nel freddo silenzio della prigione la donna che pagava poer la morte di una figlia nello stesso tempo in cui si affannava per metterne al mondo un'altra?
E ancora.. cosa aveva visto la piccola Maddie? Cosa aveva taciuto? Quale segreto aveva deciso di portarsi dentro? Fino a farle dire: "Per tutta la vita ho vissuto due esistenze: la mia e quella di Charlotte. Per lei mi adagiai sul mare, mi lasciai trasportare, guardai in alto e mi innamorai del cielo. Per lei inghiottii il mio terrore".
Un bellissimo romanzo, una prosa accesa, vivida, coinvolgente. Impossibile non lasciarsi trasportare dall'alternarsi delle due voci femminili che raccontano, ricordano, rielabono gli eventi. L'autrice è capace di confinare il lettore lì, in quella stanza del guardaroba, di fargli sentire il respiro affannato della piccola Charlotte, così come di riflettere i suoi occhi in quelli colpevoli di Maddie, o in quelle pozze scure ormai prive di calore della triste Harriot, la sua esistenza ferma come quella delle sue amate farfalle al momento della morte, imprigionate nell'attimo acceso della loro bellezza, il fremito delle ali che battono un attimo prima che la vita si arresti, per sempre. La McGill ricrea con assoluta compiutezza la vita in una grande dimora sul finire del XIX secolo, i gesti quotidiani della servitù, le vecchie credenze popolari mescolate alla fede, i loro occhi fissi sui 'signori', in particolare sulla padrona di casa, indomita, indifferente ai pregiudizi, forte solo in apparenza.. fragile nella diversità che sarà la sua vera colpa, che segnerà la sua condanna.
"L'intermittenza" di Andrea Camilleri
Poco più di cento pagine per un mistero che si dipana nel volgersi della storia senza attanagliare. L'intento dell'autore è quasi una disamina sociologica del nostro tempo. E' di un crudo realismo, è la denuncia dei mali che corrompono gli animi umani: invidia, potere, gelosia, odio, vendetta, desiderio. L'incapacità di alcuni singoli a non pensare se non al proprio interesse che svilisce l'importanza della vita umana. Una prosa diretta, implacabile, che si fatica ad ascrivere al genio siciliano di Camilleri.
sabato 23 aprile 2011
"Leielui" di Andrea De Carlo
Pioggia torrenziale. Una porsche inchioda sull'asfalto bagnato.
Alcune auto sono ferme al semaforo. Impossibile evitare il tamponamento.
Alla guida della porsche c'è Lui...
Lui è Daniel Deserti, scrittore di fama internazionale, da alcuni anni incapace di ripetere il successo. Alle spalle matrimoni falliti, due figli, una costellazione di storie di sesso e finto amore, la voglia di farsi male, e di cercare nell'alcool una ragione per mantenersi a galla e mandare al diavolo il mondo intero, incapace di stargli dietro.
Nell'auto tamponata c'è Lei...
Lei è Claire Moletto, un'americana che vive in Italia da anni, un lavoro in un call center assicurativo che il fidanzato borghese non ritiene adatto a lei. Ama correre, la casetta sulla riviera ligure che le fa da nido, non avere vincoli, buttarsi a capofitto nelle storie, sognare.
Quello che nessuno dei due ha messo in conto è... innamorarsi, trascinandosi dietro un'infinità di dubbi e timori. Quello che involontariamente si dispongono a fare è buttare giù il muro di pregiudizi, condizionamenti e falsità che ovatta i comportamenti umani in una società schiacciata dalle convenienze e dagli opportunismi.
Un romanzo a due voci che si fonde in un'anima sola, quella di Claire e Daniel, che si abbandoneranno all'amore.. impudente, inopportuno, sfrontato.. ma straordinariamente vero e inatteso.
Una scrittura autentica quella di De Carlo che pure cede in alcune -volute- piaggerie narrative strappate a tanta cinematografia di genere. Peccato anche per una certa tendenza intimista dell'autore che lavora sul personaggio di Daniel come un cesellatore di pensieri, rendendo pesanti e inutili certi passaggi -diciamolo pure, il libro poteva essere sfrondato di una cinquantina di pagine se non più. Bella invece la parte in cui De Carlo/Deserti fa una spietata analisi dell'uomo moderno: "Non hanno più voglia di crescere, né di migliorarsi. Al contrario rivendicano il diritto a restare immaturi per sempre".
Alcune auto sono ferme al semaforo. Impossibile evitare il tamponamento.
Alla guida della porsche c'è Lui...
Lui è Daniel Deserti, scrittore di fama internazionale, da alcuni anni incapace di ripetere il successo. Alle spalle matrimoni falliti, due figli, una costellazione di storie di sesso e finto amore, la voglia di farsi male, e di cercare nell'alcool una ragione per mantenersi a galla e mandare al diavolo il mondo intero, incapace di stargli dietro.
Nell'auto tamponata c'è Lei...
Lei è Claire Moletto, un'americana che vive in Italia da anni, un lavoro in un call center assicurativo che il fidanzato borghese non ritiene adatto a lei. Ama correre, la casetta sulla riviera ligure che le fa da nido, non avere vincoli, buttarsi a capofitto nelle storie, sognare.
Quello che nessuno dei due ha messo in conto è... innamorarsi, trascinandosi dietro un'infinità di dubbi e timori. Quello che involontariamente si dispongono a fare è buttare giù il muro di pregiudizi, condizionamenti e falsità che ovatta i comportamenti umani in una società schiacciata dalle convenienze e dagli opportunismi.
Un romanzo a due voci che si fonde in un'anima sola, quella di Claire e Daniel, che si abbandoneranno all'amore.. impudente, inopportuno, sfrontato.. ma straordinariamente vero e inatteso.
Una scrittura autentica quella di De Carlo che pure cede in alcune -volute- piaggerie narrative strappate a tanta cinematografia di genere. Peccato anche per una certa tendenza intimista dell'autore che lavora sul personaggio di Daniel come un cesellatore di pensieri, rendendo pesanti e inutili certi passaggi -diciamolo pure, il libro poteva essere sfrondato di una cinquantina di pagine se non più. Bella invece la parte in cui De Carlo/Deserti fa una spietata analisi dell'uomo moderno: "Non hanno più voglia di crescere, né di migliorarsi. Al contrario rivendicano il diritto a restare immaturi per sempre".
mercoledì 20 aprile 2011
"Habemus papam" di Nanni Moretti

sabato 16 aprile 2011
"Il denaro in testa" di Vittorino Andreoli
domenica 10 aprile 2011
"Gli anni veloci" di Carmine Abate
Un romanzo struggente; una storia d'amore lieve, un sud assolato che richiama alla vita in ogni magica descrizione di natura, odori e sapori che incantano, narrato con una scrittura immediata e coinvolgente.
"Virginia Woolf e il giardino bianco" di Stephanie Barron
E se Virginia Woolf non si fosse tolta la vita quel 28 marzo del 1941? Se un quadernino rinvenuto per caso da un architetto del paesaggio nel capanno degli attrezzi di Sissinghurst Castle dimora della scrittrice Vita Sackville-West lasciasse pensare che il 29 marzo Virginia fosse in vita? Se nelle pagine di un suo libro fosse nascosto un segreto pericoloso per la sua vita e per il destino della nazione inglese? E se Virginia fosse stata costretta a fuggire dalla casa della sua amica Vita, rinunciare alla pace di quel giardino bianco che andava ideando e se solo un giovane giardiniere le avesse teso la mano ricacciando in fondo al cuore il dramma di una notte di primavera alimentando per più di sessant'anni i sensi di colpa fino a portarlo al suicidio?
Parole struggenti vergate nella disperazione di un momento, un giardino bellissimo, un silenzio rotto dopo decenni, un mistero intrigante e una giovane donna americana capitata per caso in un affaire storico letterario più grande di lei, e l'amore.. per caso.
La Barron ha la capacità di rendere al meglio le atmosfere storiche, si destreggia con realismo al cospetto di una figura imponente quale la Woolf e conquista il lettore con una suspence tenuta alta di pagina in pagina.
Parole struggenti vergate nella disperazione di un momento, un giardino bellissimo, un silenzio rotto dopo decenni, un mistero intrigante e una giovane donna americana capitata per caso in un affaire storico letterario più grande di lei, e l'amore.. per caso.
La Barron ha la capacità di rendere al meglio le atmosfere storiche, si destreggia con realismo al cospetto di una figura imponente quale la Woolf e conquista il lettore con una suspence tenuta alta di pagina in pagina.
sabato 9 aprile 2011
"I segreti del Vaticano" di Corrado Augias
mercoledì 6 aprile 2011
"La fine è il mio inizio" regia di Jo Baier
La fine è vicina per Tiziano Terzari, malato di cancro da anni, il giornalista decide di raccontare la sua vita al figlio Folco, i colloqui saranno l'occasione per un nuovo inizio, quello della sua testimonianza sul mondo, quella per il figlio Folco costretto ad una responsabilità delicata, raccontare quelle ultime settimane, lasciare che l'anima vinca sul corpo stanco, perchè se il corpo muore le parole, l'esempio di quel che è stata una vita resta, per sempre. E si può scegliere anche il modo di andarsene, magari con un sorriso, in una sorta di magica eppur complicata pacificazione con la natura che continua maestosamente distaccata ad esistere senza di noi.
Il film racconta un testamento orale di un padre a un figlio, una lezione di vita, un condensato di umana saggezza, di illuminata poesia. Accompagnati dalla musica incantevole di Ludovico Einaudi il regista incede su immagini delicate, private in cui tutto è prono a far risaltare le parole. Magistrale l'interpretazione di Bruno Ganz nelle vesti del sofferente Terzani, equilibrato Elio Germani nei panni di Folco Terzani. Entrambi partecipi del pensiero del giornalista toscano. Su tutto però trionfa la parola, il silenzio, colori sfumati di una natura accesa, e riflessioni che si liberano dalle gabbie della costruzione narrativa tradotta in immagini per arrivare al cuore dello spettatore e lì impattare emozionando.
"La verità è una terra senza sentieri"
Il film racconta un testamento orale di un padre a un figlio, una lezione di vita, un condensato di umana saggezza, di illuminata poesia. Accompagnati dalla musica incantevole di Ludovico Einaudi il regista incede su immagini delicate, private in cui tutto è prono a far risaltare le parole. Magistrale l'interpretazione di Bruno Ganz nelle vesti del sofferente Terzani, equilibrato Elio Germani nei panni di Folco Terzani. Entrambi partecipi del pensiero del giornalista toscano. Su tutto però trionfa la parola, il silenzio, colori sfumati di una natura accesa, e riflessioni che si liberano dalle gabbie della costruzione narrativa tradotta in immagini per arrivare al cuore dello spettatore e lì impattare emozionando.
"La verità è una terra senza sentieri"
domenica 3 aprile 2011
"Il terrazzino dei gerani timidi" di Anna Marchesini
"Essere all'altezza dei sogni; niente altro può fare una vita in alto mare se non seguire la luce orientata dal faro, la cui esistenza è certezza per la speranza di andare avanti in solitaria senza smarrirsi".
Opera prima di una brava artista, 'Il terrazzino dei gerani timidi' è schiacciato da una dolenzìa come la chiama la stessa autrice che affossa il racconto, si percespice ovunque, quasi una foschia gravosa avvolgesse ogni passo della piccola protagonista i cui pensieri paiono eccessivamenti arditi, adulti per appartenerle. La scrittura è poi eccessivamente manierata, si ha l'idea che sia stata cesellata ogni frase, scelta ogni parola, fino a mondarla di naturalità.
"Nemesi" di Philip Roth
Forse è lui l'untore, forse è lui che ha trasmesso il morbo, forse è lui che a dispetto dei suoi nonni non merita di aspirare alla felicità, forse è lui lo strumento di un Dio cattivo che ha permesso la sua tragica infanzia, la sua lotta alla vita, il tentativo di mirare ai sogni per poi ricacciarli indietro, trascinando nel baratro innocenti. Rabbioso verso un Dio ingiusto che ha permesso la morte, la malattia di tanti bambini, che ha portato il dolore in tante famiglie già provate dalla guerra Bucky si lascia vincere da un destino avverso, lui 'una brava persona' si ostina a emendare alla sua colpa, lui sopravvissuto alla malattia, se pur storpio, rinuncia all'ultima possibilità di felicità: lo fa respingendo l'amore della sua donna, lo fa a distanza di tanti anni rifiutando l'amicizia di un suo ex allievo, malato come lui, che ostinatamente cerca di liberarlo dalla sua ossessione: "Non metterti contro te stesso. Nel mondo c'è già abbatsanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio".
Tutto inutile: "In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Niente di ciò che fa è all'altezza dell'ideale che nutre dentro di sé. Non sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perchè, gravato da un'austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa".
Ancora una volta Roth regala un grande romanzo ai suoi lettori, un maestro nell'evocazione di tempi, spazi, luoghi. Un capace creatore di personaggi che restano dentro. Una scrittura vibrante, potente, pregna di significato eppure a tratit meravigliosamente poetica, romantica, illusorea. Pare quasi magico il momento in cui Marcia canta al suo uomo per astrarlo dal dolore, da quel senso di colpa che si sta facendo strada nel cuore e che rischia già di rubarlo al mondo. E canta non una canzone qualsiasi ma 'I'll be seeing you' di Irving Kahal.. di per sé un testo dolorosamente emozionante.
sabato 2 aprile 2011
"Ternitti" di Mario Desiati
L'epopea quotidiana di una donna del sud, dall'ultimo lembo di terra pugliese abbacinato di sole e scosso di vento al freddo plumbeo della Svizzera, un personaggio tenace e misterioso.
"Mimì non era donna da essere amata dai poeti. Era troppo umana e troppo reale per essere trasfigurata da qualche scribacchino. Non era donna che poteva consegnarsi a qualche verso. A volte nulla per una donna è più offensivo di una poesia".
Un romanzo quello di Mario Desiati che racconta una pagina dolorosa e in parte rimossa della storia recente dell'emigrazione del sud Italia, di più la 'tragedia del lavoro che nutre e uccide', e dei vuoti d'affetto lasciati dalla scomparsa di padri, mariti, fratelli risucchiati dalla malattia: ferite spesso mai risanate.
Una scrittura vibrante, lucida, a tratti evocativa, a tratti fantasmagorica persino naturalistica tanto sono accesse alcune descrizioni di luoghi, odori, tradizioni di paese, inframezzate da frasi in dialetto, che attraggono inevitabili i ricordi d'infanzia comuni a tutti. Un patrimonio condiviso di emozioni e sentimenti cui l'autore saccheggia. Un romanzo, per le tematiche trattate, che sfiora una ricercata maturità nella narrazione salvo infrangersi in un personaggio quale quello di Mimì che risucchia tutto e tutti, stringendo in una morsa il lettore deciso a scoprire quel che il suo cuore indomito di donna cela.
"..perchè anche a vivere annegati nel silenzio e sul mare ci vuole passione e ci vuole coraggio".
"Mimì non era donna da essere amata dai poeti. Era troppo umana e troppo reale per essere trasfigurata da qualche scribacchino. Non era donna che poteva consegnarsi a qualche verso. A volte nulla per una donna è più offensivo di una poesia".
Un romanzo quello di Mario Desiati che racconta una pagina dolorosa e in parte rimossa della storia recente dell'emigrazione del sud Italia, di più la 'tragedia del lavoro che nutre e uccide', e dei vuoti d'affetto lasciati dalla scomparsa di padri, mariti, fratelli risucchiati dalla malattia: ferite spesso mai risanate.
Una scrittura vibrante, lucida, a tratti evocativa, a tratti fantasmagorica persino naturalistica tanto sono accesse alcune descrizioni di luoghi, odori, tradizioni di paese, inframezzate da frasi in dialetto, che attraggono inevitabili i ricordi d'infanzia comuni a tutti. Un patrimonio condiviso di emozioni e sentimenti cui l'autore saccheggia. Un romanzo, per le tematiche trattate, che sfiora una ricercata maturità nella narrazione salvo infrangersi in un personaggio quale quello di Mimì che risucchia tutto e tutti, stringendo in una morsa il lettore deciso a scoprire quel che il suo cuore indomito di donna cela.
"..perchè anche a vivere annegati nel silenzio e sul mare ci vuole passione e ci vuole coraggio".
venerdì 1 aprile 2011
"Odio gli indifferenti" di Antonio Gramsci
Una raccolta di scritti brevi di Antonio Gramsci di drammatica attualità (il peso della burocrazia, politici inetti, economia allo sbando, i professionisti della guerra) che ispirano se non a prendere 'posizione' quanto meno a riflettere..
"Illusionisti, quei politicanti i quali, fingono di ignorare quel che sanno e di sapere quel che ignorano".
"Senso comune" di Carlo Flamigni
Un piccolo giallo illuminante.. che molto deve alla scrittura semplice ma riflessiva dell'autore.
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