domenica 11 ottobre 2020

"La lotteria dei divi morti" di Susan Swan

 ".. non ho idea di come sia passato dall'essere Dale Paul, la balena dei fondi speculativi, all'uomo che adesso è in grado di vedere come ha rovinato la vita di migliaia di persone e di come ha reso difficile a suo figlio volergli bene".
Dale Paul è un uomo d'affari. Straordinarie le sue fortune, leggendarie le sue imprese. Conosce uomini potenti, politici, personaggi famosi. E' stato l'uomo dell'impossibile ma anche uno sfrontato che ha speculato con i soldi di tanti illusi dal facile guadagno. Dale Paul è senza scrupoli quando fiuta un buon affare, è inarrestabile. O almeno lo è fino a quando il più grosso affare della vita sfuma lasciando sul lastrico migliaia di persone che hanno perso non solo le speranze di un buon affare ma i risparmi di una vita e peggio, i propri fondi pensione.
E allora come una mannaia il Governo gli chiede conto di tutto, l'opinione pubblica reclama una punizione esemplare e le porte del carcere si aprono sull'uomo dei sogni.
Dalle ville sfarzose agli spazi angusti della cella, dai viaggi in giro per il mondo ai pochi passi in cortile nell'ora d'aria, dagli abiti firmati alla divisa del penitenziario, dal lusso al nulla il passaggio è devastante, di più percepirsi come ingiustamente carcerato è impossibile da accettare.
Dale Paul non si arrende all'idea di aver commesso errori, di aver giocato con il denaro e quindi con la vita di altre persone; arrogante, supponente, convinto di essere il migliore, sempre: un solo fare, un solo agire, inarrestabile.
Dagli anni in cui tutto è stato possibile alla crisi economica americana e mondiale dei primi anni del XXI secolo, un passo breve, dove non viene perdonato nulla, tanto più se a rimetterci sono i veterani.
L'uomo che entra in carcere è un uomo che ha lasciato a casa le donne della sua vita: l'ex moglie alcolista, la giovane donna amata, la cugina, la donna che gli ha fatto da madre. E poi Davie, il figlio che si vergogna di lui, delle accuse che lo inchiodano in carcere. Ma non è pronto ad arrendersi Dale Paul, pensa ancora di poter trovare il modo per guadagnare denaro, se non altro considerazione, in carcere. E con le parole, come ha sempre fatto, incanta piano piano tutti, a partire dal direttore del carcere. Insegnerà ai detenuti come cavarsela con l'economia reale, un progetto folle che prevede di scommettere sulla morte di alcuni personaggi famosi. In parallelo la nuova moneta virtuale - i bitcoin -  pagherà le vincite in una lotteria parallela che si gioca fuori e rischia di coinvolgerlo in affari molto più rischiosi.
E nel tempo che scorre lento in carcere Dale Paul ha possibilità di riflettere sulla sua vita, sul suo passato, le persone che hanno segnato la sua crescita, amici, parenti, affetti. La morte della madre prima e del figlio subito dopo sembrano costringerlo ad arretrare dai suoi progetti ma è un illusione, Dale Paul si convince che nulla di quanto accade è reale davvero, non merita la sua sorte, rivendica un ruolo migliore nella società, attribuisce ad altri parte delle responsabilità che ricadono su di lui e si affanna a cogliere l'importanza dei legami familiari.
Su tutto recuperare il rapporto con il figlio che non crede morto. Nella turbolenta sua presenza in carcere Dale Paul sente di essere finito - per una volta - in affari con qualcuno di più pericoloso di lui, qualcuno disposto più di lui a tutto per far soldi, persone per cui la vita non conta nulla e allora fuggire, salvarsi diventa imprescindibile.
Perché nella lotteria dei divi morti adesso c'è il suo nome.
In una disarmante lotta contro il tempo, tra astuzie, violenze fisiche e mentali, schermaglie verbali, ricatti, silenzi e tentate fughe corre l'affare più pericoloso mai tentato dal genio tormentato di Dale Paul, con un riscatto finale inatteso, forse... 
"La prigione ti ha cambiato?" 
"Non sa proprio se il cambiamento che sta vivendo durerà, perché anche lui è spesso attraversato da dubbi e sospetti su se stesso. Qualche volta quei dubbi svaniscono nel nulla, altre volte, invece, è sopraffatto dalla paura che questi cambiamenti lo trasformeranno nell'opposto di quello che spera di diventare e a dispetto delle sue migliori intenzioni tornerà a essere quello che era. Così alla fine, in totale sincerità, non può dare una risposta onesta".

Susan Swan tratteggia un personaggio interessante, difficile da amare. Nervoso, antipatico, con una totale incapacità di relazionarsi in maniera sincera con le persone, a partire dalle persone a cui dovrebbe dimostrare amore, su tutti il figlio che inscena il suicidio per liberarsi dall'ombra maligna della figura paterna.
Dale Paul è un concentrato di tante figure letterarie. E' un uomo del Novecento, un uomo conscio del suo potere, o meglio del potere che può dare, avere e gestire, non solo con il denaro. 
E' interessante come l'autrice insceni, con il doppio racconto del ghostwriter Tim Nugent, l'occasione per offrire un altro punto di vista sulle azioni più significative della vita del protagonista; da cui si apprende come Dale abbia sempre fornito una sua verità o abbia usato determinati eventi per ricattare e usare amici e parenti. Tutto, "pro domo sua". Dimenticando la base dell'essere parte integrante di una famiglia, di una comunità, in senso più ampio di una collettività. Allo stesso tempo vi è un finale aperto che lascia intravedere la possibilità di una redenzione o almeno la semplice accettazione di non poter aver il potere sulle vite altrui.
Un romanzo che racconta con tratti di feroce ironia il nostro tempo, il mare di piccoli pesci che tentano la sopravvivenza sfuggendo agli squali, in un'economia che sfugge i titoli in borsa per affondare nel reale del quotidiano.
Un romanzo che fa riflettere, strappa qualche sorriso amaro, racconta e smonta alcuni stereotipi e lascia al lettore la speranza nel cambiamento.
Non poco. 

mercoledì 23 settembre 2020

"La felicità del cactus" di Sarah Haywood

"A Londra ho costruito una vita perfetta per me. Ho una casa che soddisfa le mie attuali esigenze, un lavoro adeguato alle mie capacità e facile accesso a stimoli culturali. Fino a qualche tempo avevo quello che si potrebbe definire un compagno, anche se si trattava di un rapporto di reciproca convenienza".
Susan ama definirsi così. Efficiente, determinata, insofferente alle finzioni e alle formalità della società, organizzata, indipendente.
Fino a che un giorno il suo mondo perfetto inizia a sgretolarsi. La morte della madre, un testamento che pregiudica l'eredità a favore del fratello, una gravidanza del tutto inattesa. Mentre monta la rabbia nei confronti del fratello che sembra averla estromessa dalla vita dell'anziana madre, al punto da fargli causa, Susan si trova costretta, suo malgrado, a mettere in discussione tutte le sue certezze. 
Abitudini, controllo, programmazione, ottimizzazione di tempi e spazi, l'idea che poco o nulla meriti il sacrificio di intaccare la propria libertà per condividere emozioni, sentimenti, interessi con un'altra persona.
Legami famigliari, amicizie, amore, tutto passa in secondo piano.
Ma è davvero così?
Susan vive sempre in difesa. Si è creata un suo mondo, e non lascia che nessuno vi entri.
È così da sempre. Muri, barriere, per reggere dispiaceri, tradimenti, disillusioni.
Come i cactus che ama, Susan pensa di tenere lontane le persone pungendo con ironia mordace, distanza. Ma gli aculei non sono solo difesa, ma ombra, vita per la pianta e così giorno dopo giorno Susan comprende che la battaglia legale al fratello nasconde la necessità di comprendere davvero cosa pensasse la madre, finanche accettare i suoi segreti, che rimescolano le carte della sua vita, in prossimità del parto, regalandole la forza di perdonare, perdonarsi, concedersi la possibilità di amare, rischiare, fare qualcosa di non programmato, e forse essere felici davvero.
"La felicità del cactus" di Sarah Haywood è un piccolo libro compiuto. Ha una protagonista femminile forte e fragile al tempo stesso, in cui riconoscersi. Dinamiche esistenziali e familiari coerenti, personaggi ben tratteggiati, un finale aperto e positivo. La Haywood impacchetta il tutto in una storia da film che non lesina una morale d'altri tempi. Il libro si legge con lo stesso piacere di un buon Harmony anni '80 solo un po' più strutturato; ha le caratteristiche per piacere, la zia stramba, le cugine impiccioni, il fratello sbandato, la vicina di casa con cui condividere storie mangiando cioccolatini sul divano, e l'uomo misterioso e romantico che aprirà il cuore della protagonista.

sabato 19 settembre 2020

"Finché il caffè è caldo" di Toshikazu Kawaguchi


"Se vuole la gente troverà sempre la forza di superare tutte le difficoltà che si presenteranno. Serve solo cuore. E se quella sedia ha il potere di cambiare il cuore, di sicuro un senso deve averlo".

In un caffè giapponese si dice si possa tornare indietro nel tempo, e non solo. Leggenda. Forse. Ma da più di cento anni in un caffè dove poco o nulla è cambiato, tre orologi alle pareti segnano il tempo: passato, presente, futuro.

Per caso o volutamente chi entra nel caffè sembra non essere più lo stesso. Il cuore in subbuglio, nulla è come prima.

Le regole per tornare indietro nel tempo sono tante, alcune assurde. Tra tutte il limite del tempo concesso scandito dal calore del caffè.

Finché il caffè è caldo.

Ascoltare, rimediare alle parole non dette, perdonare, perdonarsi, sorridere, avere fiducia in chi siede accanto.

E sfidando ogni logica il tempo sembra offrire una seconda possibilità.

Non per cambiare lo stato delle cose. Solo per rivelare che in fondo la vera forza abita già in noi, nel cuore che chiede di essere ascoltato. Amarsi per amare.

Quattro storie di donne si intrecciano nel caffè, Fumiko, Kotake, Hirai, Kei. Il pudore di rivelare i propri sentimenti, perdonare il proprio egoismo, accettare i propri limiti, sapersi amare nel sacrificio.

Mani che stringono una tazza di caffè, afferrare il sogno di cambiare la propria storia, farsi beffe del tempo, fino a scoprire che in fondo basta poco, magari guardare le cose da un'altra prospettiva per essere sereni, felici.

Il libro di Kawaguchi non è un capolavoro, ma è come una carezza lieve, basta a sollevare l'animo quel tanto che serve per capire che c'è sempre la possibilità di volere e volersi bene, a dispetto degli inciampi della vita.

sabato 12 settembre 2020

"Invisibili" di Caroline Criado Perez

Invisibili.
Questo sono ancora oggi le donne.
Dati alla mano, la giornalista e attivista Caroline Criado Perez spiega perché le donne sono sempre un passo indietro gli uomini, scarto per una società che in ogni suo settore ha come unico punto di riferimento l'uomo.
Pagina dopo pagina, l'autrice rivela quanto difficile sia ancora oggi la condizione della donna, addirittura estrema, al limite della sopravvivenza, in molti paesi dei continenti asiatico e africano.
E non ci fanno una bella figura nemmeno i paesi occidentali.
Pensate ai gesti quotidiani, risulta difficile tenere in mano uno smartphone? È pensato per la mano di un uomo. Il sedile dell'auto da avvicinare al volante? Ovvio, la seduta dell'auto è pensata per un uomo dell'altezza media di un metro e ottanta. Con evidenti conseguenze in caso di incidente, va da sé che i crash test sono settati su manichini maschili.
I test sui farmaci? Sugli uomini, le donne non sono attendibili per via del ciclo ormonale. Peccato che proprio gli ormoni inficino l'azione dei farmaci più comuni. E il metabolismo sia diverso. Quisquilie.
Il tempo di cura che una donna dedica alla famiglia, alla casa, figli, genitori anziani? In alcun modo preso in considerazione. Ore in più di lavoro sommato a quello fuori casa.
Le donne si spostano più con metro, bus, treni eppure tratte, orari, frequenza delle corse sono definite sugli orari di lavoro degli uomini che usano più l'auto. Per non parlare della sicurezza, è proprio sui mezzi di trasporto o alle fermate degli autobus che le donne sono oggetto di aggressioni o violenze.
La meritocrazia? Assente.
La sicurezza sui luoghi di lavoro, i dpi (dispositivi protezione individuale) pensati per gli uomini. Adattati malamente alle donne, quando presenti.
Il dolore fisico delle donne magari legato al ciclo mestruale? Bollato come isteria. Ne soffre una donna su tre, spesso diventa invalidante eppure non merita attenzione in ambito medico.
Le diagnosi? Sbagliate quando del tutto assenti.
Si potrebbe continuare all'infinito.
La verità è sotto gli occhi di tutti, semplicemente non la si vuole vedere.
Caroline Criado Perez raccoglie per la prima volta "dati", il primo gap da superare è proprio corredare i fatti di prove, dati, evidenze scientifiche. E quello che mette su è un torrente in piena di informazioni impossibili da confutare.
È un pugno allo stomaco.
"Invisibili" fa male alle donne, rabbia, perché tra le pagine si legge della battaglia quotidiana, silenziosa, che le donne sono tenute a combattere; dell'indifferenza, acquiescenza in cui accade; dell'assenso implicito degli uomini, talmente abituati a 'essere' la parte dominante da ignorare le difficoltà delle donne, loro mamme, sorelle, mogli, amiche, compagne e perdersi il loro sguardo sul mondo, la loro intelligenza, la loro forza, la loro sensibilità.
Un saggio di formazione, che andrebbe letto e diffuso tra gli uomini, per cominciare a modificare la loro percezione della donna nella società, affinché nelle future generazioni non vi siano differenze ma pari diritti per tutti.

Ps. Sfido qualsiasi donna, a fine lettura, a non desiderare ardentemente di picchiare il primo uomo che le capita a tiro.

mercoledì 26 agosto 2020

"Passaggi segreti" di Federico Pace

"Subito prima dell'alba e subito dopo il tramonto" è il momento in cui le strade minori "hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l'uomo può perdersi".
Viaggi, di poche ore, giorni. 
Attraversano le stagioni come attraversano i luoghi. Abitati, o arresi alla furia del tempo che passa. 
Tempo, nel viaggio, dilatato, magico, inatteso. Tempo condiviso, amato, disatteso. Tempo che si fa dono, rivelazione come il viaggio tutto. Che sia ispirato dal racconto di un amico, che sia riflesso negli occhi di una donna, che sia ispirato da un contrattempo, una strada sbagliata, una coincidenza perduta. Viaggio come regalo, come venire al mondo all'improvviso, sogno, messaggio per noi, noi soltanto, capitati in un luogo sfuggito agli altri, ai più, che parla e racconta chi ha abitato il luogo, chi lo ha attraversato di sentimenti.
Che sia un lago o nel fitto di un bosco, su una strada statale che attraversa un paesaggio lunare o nella laguna, tra le saline o dall'alto di una scogliera o semplicemente nella prossimità di un giardino, tutto può rivelare un passaggio segreto che ci apre il cuore inondandolo di sensazioni uniche. 
Alcuni luoghi meravigliosi e misconosciuti del nostro paese diventano l'occasione di viaggi, riflessioni, scoperte. Un segreto da condividere sull'onda di emozioni semplici che restituiscono valore alla parola tempo.
Un breviario da usare come guida tascabile per viaggiare fuori e dentro di noi, un libro che fa bene all'anima, scritto con grazia ed equilibrio di penna.
"I luoghi, quelli in cui siamo nati, quelli che scegliamo come d'adozione, quelli in cui torniamo infinite volte, i modi per raggiungerli, le strade, le vie, quelle che ripercorriamo una o più volte, si innestano con tanta precisione, con così ostinata forza dentro di noi, che finiamo per somigliargli".

sabato 15 agosto 2020

"Gli anni del nostro incanto" di Giuseppe Lupo

La rivista tra le mani di una donna.
La foto di una famiglia in Vespa. Un bambino di sette ani circa, il papà che guida, la mamma in equilibrio precario, una mano abbraccia lui, l'altra tiene ferma una piccola di pochi mesi. Sguardi sereni, la bellezza sui loro visi di giovani felici, l'aria di festa, la vita addosso.
La foto cattura un momento privato di una famiglia come tante negli anni '60 nella Milano che abbaglia tanti italiani in fuga dalla miseria di una guerra che si porta addosso come un abito stretto.
La foto rievoca nella donna tanti ricordi, troppi, inattesi e la sconvolgono al punto da farla precipitare nel silenzio prima, smarrimento poi, amnesia infine.
Mentre la nazionale di calcio di Bearzot trascina il paese tutto verso la gioia sfolgorante di una vittoria mondiale, una ragazza aiuta sua madre a ricordare, a ricostruire la sua vita a partire da quella foto.
Che racconta della ribellione di un figlio del Sud ad una vita già scritta, di una grande città che accoglie ma chiede sacrifici e duro lavoro tra mille contraddizioni; dell'amore per una donna e i figli da accontentare in tutto; la felicità a portata di cambiale all'Upim; gioie materiali che pure non bastano a rattoppare il cuore ferito dai dolori: il mancato perdono del padre morto all'improvviso, le vacanze al sud che lasciano la malinconia addosso, un figlio che sposa il silenzio dell'abito talare prima e l'indefinito della lotta armata poi verso uno Stato che si avverte nemico più di quello stesso Dio cercato e non trovato: "Dio è morto", risuona in una canzone. E come un temporale improvviso il lutto abita ancora la famiglia e il cielo si tinge di grigio in una città che non luccica più, è tempo di austerity. Gli anni di piombo trascinano sogni, sorrisi, speranze verso l'oblio del tempo che fu, di lavoro e infinite possibilità.
La foto stretta tra le mani, il sorriso di una donna in un letto d'ospedale mentre Paolo Rossi tira calci ad un pallone e conquista l'Italia intera.
I silenzi all'improvviso si riempiono delle parole di una ventenne che restituisce alla madre il senso del tempo e della vita, e nel farlo ricompone la propria, elaborando lutti e partenze, segnando i confini del possibile da quelli della realtà, strappata agli occhi immobili di un fratello che ricompare nell'unica notte in Italia in cui tutto può accadere, la notte della finale dei mondiali di calcio.

Giuseppe Lupo scrive una storia evocativa che è parte di tutti noi, racconta l'Italia, la "nostra" storia. Lo fa attingendo alla musica - note e parole che danno voce ai personaggi della storia - agli eventi che segnano il quotidiano di uomini e donne, progressi scientifici, elettrodomestici come simbolo di un benessere a rate, l'emancipazione della donna che lavora e studia, i viaggi nello spazio, un tempo nuovo che ispira, le luci della città che riflettono l'utopia di un mondo migliore, un vanto verso chi è rimasto indietro, in paese, che aspetta che il miracolo italiano bussi alla porta di casa.
Un libro di tenacia emotiva, che racconta gli anni di un incanto che in tanti hanno vissuto. L'incanto di una vita spesa a credere che il futuro sarebbe stato migliore. Un incanto spezzato dagli anni di piombo e ricomposto un gol dopo l'altro su un campo di calcio. "Davanti a te si è aperto un orizzonte di nebbia, a me è toccato il compito che spetta ai sopravvissuti: riempire il silenzio con le parole, lottare contro il vuoto. Qualcosa si salva".

sabato 8 agosto 2020

"Riccardino" di Andrea Camilleri

'Riccardino' è l'ultimo libro di Andrea Camilleri, edito  dalla Sellerio, a distanza di un anno dalla sua scomparsa, come da disposizioni dell'autore. Scritto nel 2005, segna l'uscita di scena del commissario Montalbano. 

Scritto in un momento di stasi dell'autore, stanco fisicamente e forse un po' accerchiato dal successo mediatico dei suoi gialli e dalle piccole e grandi invidie del mondo letterario, 'Riccardino' ha il pregio di essere un buon romanzo, di certo un chiaro esempio della narrativa di Camilleri.

'Riccardino', sottoposto a una sorta di upgrade nel 2016, è un romanzo davvero interessante, non solo per la trama, per il giallo in sé, ma per la comparsa al fianco di Montalbano del suo doppio, l'Autore. Espediente non nuovo in letteratura, che pure dà forza alla narrazione, che a tratti si fa catartica, di certo mai autoreferenziale.

Montalbano non le manda a dire all'Autore, che troppe volte sembra suggerire la strada da prendere. E che si fa sua coscienza, rimproverato di essere troppo quiescente al cospetto dei poteri forti, quasi un voler ricordare che troppe volte il giallo affondando nella realtà ha lanciato invettive, reprimende sull'uso distorto del potere, sul peso deviante della politica, sui media corrotti che ricercano audience, creano mostri, affondano la verità, dimenticando che le indagini spesso si fermano alla superficie delle cose. In questo Camilleri per il tramite di Montalbano viene etichettato politicamente, e a discapito dei suoi critici e detrattori, acquista forza, carattere, dimensione.

Le indagini di Montalbano sono ispirate dalla cronaca; brutale, violenta, banale nel riproporre schemi antichi, e il quotidiano è fatto purtroppo di gente che ancora non vede, non sente, non parla. Ad ogni livello della società. Per paura, superficialità, ignoranza.

"Riccardino" è l'ennesima dimostrazione che quasi mai la verità è quel che appare. Davvero dietro la morte di un banchiere tanto amato e apprezzato c'è un movente passionale? Un marito tradito, vittima della furente gelosia? Davvero l'amicizia ventennale di quattro uomini non cela altro? Traffici, ricatti, danaro, gelosia, vendetta. Davvero si può sopportare a lungo l'arrogante potere di un uomo che si crede inattaccabile?

In un romanzo in cui tutti i grandi comprimari di Montalbano, Livia, Mimì, scivolano nell'ombra, emerge nitida la stanchezza di un uomo di legge, provato della realtà capovolta che vede i giusti calpestati e i corrotti al potere, che pure non molla il suo modo di fare e intendere l'indagine, che spera nella forza delle parole e degli esempi e che non smette di lottare, al punto di non lasciarsi più definire come personaggio ma di evolvere, acquisire coscienza e decidere per suo conto come sottrarsi all'autore e al suo pubblico.

Anche questo, espediente letterario. Piccolo segno di ribellione. Ed è la svolta, e al tempo stesso, la parola fine alle indagini del commissario Montalbano.