domenica 18 marzo 2018

"Le assaggiatrici" di Rosella Pastorino

"Si può smettere di esistere anche da vivi".
Per Rosa è così.
Ogni giorno da mesi assieme ad altre donne Rosa assaggia il cibo che mangerà Hitler. Nel bunker nascosto nelle campagne di Gross-Partsch le SS controllano che nessuno attenti alla vita del Furher. E il rischio che venga avvelenato è alto. Che siano altri a sacrificarsi per lui. Rosa o Leni o Elfriede. Una dozzina di donne strappate alle loro famiglie, ai loro affetti. Ogni giorno piatti diversi da assaggiare. Cibo con cui nutrirsi, sopravvivere, e al tempo stesso forse.. morire.
Ma non è quello che capita in quei lunghi mesi in cui la guerra sembra rivelarsi fatale alla Germania?
A che serve vivere quando il proprio compagno viene dato per disperso; quando per tutti si è la straniera, quella di cui non potersi fidare, quando dietro ogni parola qualcuno scorge i segni dell'opportunismo, ovunque il giudizio implacabile dell'errore, dell'orrore: l'amicizia con la baronessa Maria, la relazione clandestina con il tenente Ziegler? 
Chi può dire cosa sia giusto o meno? Etico o no? Perché dover per forza definire un sentimento? Costringerlo nel recinto della necessità e non attribuirlo al bisogno di sentirsi semplicemente esseri umani?
Rosa sopravviverà alla fine della guerra, ricorderà il suo canto libero ad un ballo in una sera di primavera, la passione per il suo carceriere, il senso di colpa verso il marito tradito, l'inadeguatezza verso le sue compagne. Resterà in vita per ricordare il coraggio di Elfriede e di quanti hanno avuto la forza di non dimenticare le proprie colpe.. fino al punto di lacerare il silenzio raccontando il proprio vissuto di orrori.
"Perché, da tempo, mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana".
La scrittura della Pastorino è straniante, più per il tema trattato che per la narrazione che indaga sul senso di colpa dei tedeschi sopravvissuti al secondo conflitto mondiale: "sei responsabile del regime che tolleri" ricorda il padre della protagonista, Rosa, con cui il lettore familiarizza al punto da avvertire a pelle il senso di inadeguatezza del suo agire. Ma così è. Non si può essere tutti eroi. Rosa è semplicemente una donna che ha visto crollare tutto il suo mondo e ha a suo modo deciso di vivere.
Un romanzo intenso. Da leggere per non smettere di interrogarsi sul male che ha abitato il nostro agire.

sabato 17 febbraio 2018

"Svegliare i leoni" di Ayelet Gundar-Goshen

"Cosa lo definisce di più: una vita intera a guidare con scrupolo, a studiare medicina, a portare la spesa delle vecchiette uscite dal supermercato, o quell'unico momento? Quarantun anni di vita contro un minuto?".
Il minuto che gli ha cambiato la vita Eitan Green non lo dimenticherà mai. Il turno di guardia in ospedale, la corsa fuori città sulle dune per provare il nuovo suv e scaricare la tensione prima di rientrare a casa dalla moglie Liat e i bimbi... poi l'uomo spuntato all'improvviso dal buio. Investito. Sapeva che non sarebbe servito portarlo in ospedale. Non poteva far nulla per quello straniero, quasi certamente un clandestino. Pochi istanti per decidere se denunciare l'accaduto o fuggire, tornare a casa illudendosi che non fosse mai capitato.
Sembrava esserci riuscito. Aveva dormito stringendosi al corpo della sua amata come ogni notte. E invece sul vialetto di casa il giorno dopo era comparsa una donna, la pelle dello stesso colore della pece e uno sguardo che l'avrebbe tormentato per l'eternità.
Sirkit. La moglie dell'uomo ucciso. La testimone che gli aveva riportato il portafoglio chiedendogli conto dell'accaduto. Non a parole. Sirkit parlava con gli occhi. E quegli occhi avevano preteso che Eitan ripagasse il debito di quella morte restituendo la vita ad altri: i clandestini malati che vivevano nell'ombra.
Notte dopo notte, rubando farmaci in ospedale, operando su un tavolaccio di ferro in un capannone nel deserto, incapace di reggere lo sguardo della moglie che segue per la polizia le indagini sull'incidente, Eitan fagocita la sua coscienza che lo tormenta e si strugge per capire chi davvero sia Sirkit, "solo lei è padrone di quanto cela nel profondo dei suoi occhi".
Eitan ignora che Sirkit odiava il marito che la picchiava, che quella notte erano lì per consegnare della droga e che aveva preso a farsi pagare per le sue cure mediche. Ma di più ignorava la disperazione della donna, l'angoscia del suo cuore, l'ostinata forza che l'aveva spinta a rinnegare tutte le emozioni. Era straniera, sola, donna in un mondo che non perdona nascite infelici. Può solo sopravvivere, Sirkit, farsi impenetrabile e ricacciare in fondo al cuore i suoi sogni. Eitan tra questi.
Perché per qualche giorno le loro vite si sono incrociate, pur respingenti e sprezzanti, lo sguardo di lei si era "impossessato di lui... e anche lui aveva iniziato a guardare lei". 
Il ricatto e l'odioso meccanismo di sospetti e perdite che rischiava di schiacciare Eitan era finito come era cominciato, per caso. E un altro minuto l'aveva liberato restituendogli la vita di prima "dimenticarsi che sia mai esistito un altro senso.. che un altro senso è possibile".
Un romanzo di rara forza emotiva, che spinge a interrogarsi sul confine tra bene e male che alberga nell'animo umano. E sugli eventi che pissono irrompere nelle vite perfette di tanti rivelandone fragilità, attese, inquietudini. Scrittura capace, ritmo incalzante, e pathos incatenano il lettore alla pagina.

venerdì 16 febbraio 2018

"Castigo di Dio" di Marcello Introna

Se si potesse far uso di un'immagine per rendere l'immediatezza del dolore, dello smarrimento che coglie il lettore de 'Il castigo di Dio' di Marcello Introna, sarebbe 'Il disperato' di Gustave Courbet.
Solo un folle, un disperato appunto, potrebbe affacciarsi alla Socia, un enorme caseggiato nei pressi della stazione di Bari, sul delimitare della campagna. Nato sotto i migliori auspici, nell'estate del '43 è poco più che un alveare maleodorante, sprovvisto di acqua, fogna, elettricità che ospita derelitti, questuanti e cela i malaffari di loschi figuri. Su tutti, Amaro. Un individuo profondamente cattivo, sin dalla giovinezza reo dei più atroci delitti, e che della Socia è il re indiscusso. Sue le bische clandestine, suo il fiorente mercato della borsa nera, suo il controllo delle prostitute che abitano i piccoli locali dove persino le finestre sono murate, luoghi sinistri che trasudano morte e malattie. Di ognuno degli abitanti della Socia, Amaro decreta vita o morte. Che siano bimbi, donne o anziani. Chi non può pagare, chi non può essere fonte di guadagno rappresenta un intralcio.
La Socia rispecchia la condizione della città di Bari come tante negli anni del secondo conflitto mondiale. Una città annientata, impoverita e abbruttita dalla guerra, dalla disperazione della miseria, del bisogno che incattivisce e mina gli animi dei sopravvissuti.
Nessuno osa sfidare apertamente Amaro, solo Anna, per tutti la prostituta letterata, gli tiene testa con il suo sguardo. Può svilire il suo corpo, intaccare la sua dignità ma non sopraffarre la sua anima, libera, sempre, comunque. Ma la penna del 'Bracco', le indagini della polizia per il rapimento della figlia di un ricco commerciante che portano ad Amaro, e l'incedere inarrestabile della storia chiedono che si prendano provvedimenti, la Socia è uno sfregio alla città che chiede di tornare a vivere, sperare, amare. E mentre l'attacco al porto della città miete vittime e i potenti locali si liberano degli orrori di cui si sono macchiati per ricominciare, l'inferno della Socia riversa nelle strade l'ombra lunga dell'orrore che ha sepolto.
Una narrazione che atterrisce quella di Introna su una pagina della storia nazionale troppo in fretta dimenticata, al pari della città di Bari che ha fagocitato nella voracità del dopoguerra e del boom edilizio la fatiscente Socia, e i suoi abitanti. Struggente e potente la descrizione dei personaggi, su tutti Anna e i piccoli Francesco e Lorenzo. Documentata e ben inserita nella trama del romanzo la rievocazione di alcuni eventi socio politici rilevanti, disarmante la bellezza e l'umanità che traspare dagli angoli della città e dalla gente che la abita.
Un romanzo potente, lirico, di forte impatto emotivo. Una scrittura che graffia il cuore. Da leggere.

lunedì 5 febbraio 2018

"Con molta cura" di Severino Cesari

Ci sono libri che si ritagliano un posto nel cuore perchè parlano dritto al 'cuore' del lettore.
'Con molta cura' di Severino Cesari è un libro toccante.
Un uomo straordinario, Cesari. Così le sue parole. Usate per raccontare la sua malattia. Prima in un diario virtuale su Facebook, poi riprese nel libro, edito ad un mese dalla sua scomparsa.
Perchè il male che l'ha colpito, minato un corpo già provato da altre malattie, fa parte di lui, lo racconta, condividendo ansie, dolori, speranze, timori con i lettori che gli fanno arrivare un sostegno, un amore indicibile che commuove. Eppure non c'è solo la malattia, c'è l'infinito amore per la lettura, la passione con cui regalare impressioni su romanzi, autori, inziative culturali, le amicizie che ti sollevano il cuore, i ricordi d'infanzia, il paese natio a cui tornare, i tanti volti conosciuti e non che attraversano le sue giornate condizionate in ogni passo dalla malattia, il gatto, la luna, l'équipe di medici ed infermieri, gli alberi, la bellezza di Roma ad ogni ora del giorno, la famiglia solido appiglio.
Ma le parole, quelle, inteneriscono. E ancora..
Fortificano. Sostengono. Filtrano umori, silenzi, passioni. Regalano emozioni.
Direttore della Collana Stile Libero, intellettuale, militante della parola, Cesari invita a guardare la bellezza di cui siamo parte, ad "abituarci a sentire quanto è prezioso e unico il momento in cui ti accade di vivere". E ancora "ognuno di noi dovrebbe imparare ad accettare i momenti di felicità, arrendersi ad essi".
Non serve recriminare, ostinarsi a cogliere un significato in quello che accade, non tutto si può spiegare, solo accettare, vivere, amare: "Siamo creature nella tempesta, sempre. Unico riparo è aprirsi all'amore, e allo stupore per ogni minima bellezza, perché amore e stupore dilatano il nostro tempo nell'infinito".
Si fatica a lasciarlo andare Severino. Così intima diventa la sua scrittura da sentirla parte di noi. Indissolubile.
Un dono, un messaggio speciale, un ricordo caro da custodire, un esempio di puro amore.

domenica 14 gennaio 2018

"Sissi. La solitudine di un'imperatrice" di Allison Pataki

"All'inizio volevo quasi rinunciare, pensavo di non tollerarlo. Poi, contro ogni previsione sono riuscito a sopportarlo. Ma non chiedetemi come".
Una citazione di Heinrich Heine. Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, per tutti Sissi, leggeva quelle parole ogni giorno. Sono sul suo scrittoio. Le ripete come un mantra. Per farsi forza. Resistere al suo ruolo. Sopportare le regole imposte dal severissimo protocollo di corte asburgico. Mostrarsi sempre al meglio, bellissima, semplicemente perfetta. Imperturbabile agli sguardi di tutti, quelli curiosi della gente comune, quelli perfidi ed indagatori degli uomini di corte.
Quando è che è diventato tutto così difficile? Quando, innocente adolescente, ha smesso di amare il suo sposo che ha messo i doveri di stato prima di loro, di quella famiglia che stavano creando? Quante illusioni perdute! La suocera Sophia che le strappa i figli perché poco più che bambina lei stessa per crescerli e la definitiva perdita dell'innocenza con il mondo intorno a lei per cui non è mai abbastanza. Infine aveva capito Sissi. Aveva imparato ad imporsi. A ritagliarsi dei lunghi periodi di assenza da Vienna. Aveva ottenuto la sua libertà. Con sé la sua ultima bimba, Valerie, e tanta passione bruciante da spendere per i suoi viaggi, i suoi cavalli e i suoi amori, Andrassy, il capitano Middleton. 
Non era perfetta Sissi, era semplicemente una donna piena di contraddizioni. Melanconica e drammatica per certi versi, eclettica e moderna per altri. Incapace di perdonarsi per non aver amato abbastanza i suoi figli più grandi, di non aver salvato Rudy dall'assurdo addestramento militare imposto da marito e suocera che lo segnò nel carattere per sempre. Pianse la suocera sul letto di morte vegliandola per lunghi giorni, sopportò gli intrighi di corte e i veleni della stampa che la descrivevano come un mostro egoista, fu segnata dalle disgrazie della sua famiglia e dalle tragedie più assurde: la morte del figlio, dell'amato cugino Ludwig. E andò avanti, comunque. Non fece mancare, quando davvero servì, l'appoggio al marito nelle faccende di stato. Così pure per lui rispetto e affetto, ma col tempo sentì che riprendeva ad amarlo come i primi tempi, con tutto lo stupore di una ragazzina che si apprestava a vivere il suo sogno di felicità. Lei che temeva la vecchiaia, lasciò che la bellezza le venisse strappata per caso, mentre saliva su un battello, in uno dei suoi tanti viaggi. Un anarchico, uno stiletto. E la vita che se ne va. Per sempre, forse per la prima volta drammaticamente libera.
Protagonista di un tempo di cruciali cambiamenti -seconda metà del XIX secolo- Elisabetta regala di sé un'immagine complessa, che Allison Pataki descrive al meglio attingendo a pie' mani alla documentazione storica. Il ritratto che ne fa è veritiero e affascinante. Non risparmia nulla all'autenticità del personaggio storico. Luci ed ombre. Debolezze e virtù di una donna unica: magnetica, e così umana.     

domenica 7 gennaio 2018

'Il fantasma dell'abate' di Louisa May Alcott

Poche ore alla mezzanotte. In una villa di campagna un gruppo di giovani uomini e donne attende il nuovo anno. Raccontano storie di fantasmi, la villa è stata costruita su un'abbazia e legenda vuole che il fantasma dell'abate appaia per maledire gli eredi maschi dei Treherne, proprietari della dimora. Capita così anche in quella lunga notte ma Jasper Treherne non teme la profezia. È già sfuggito alla morte un anno prima quando il cugino Maurice l'ha salvato dall'annegamento. Maurice da allora è costretto sulla sedia a rotelle e ha perso la protezione dello zio, padre di Jasper, che l'ha diseredato. Se ne ignorano i motivi ma Jasper ha accolto nella sua casa il cugino e la sorella, la bella Octavia, se ne prende cura con devozione. Sebbene Maurice abbia forzato il suo animo per sopportare le due disgrazie sa di non poter aspirare all'amore di Octavia ed è pronto a sacrificarsi ancora per il bene di tutti, eppure nei giorni di festa complice l'arrivo inatteso di una seducente ospite intrigante del passato comune dei due cugini, dolore, sgomento e un barlume di speranza torneranno ad accendere il suo cuore e reggeranno alla vista del fantasma che reclama vendetta

Pubblicato sotto pseudonimo, 'Il fantasma dell'abate' mescola più generi: neogotico, romantico e rivela un lato più complesso della produzione narrativa della Alcott conosciuta per lo più per 'Piccole donne'.
La trama scivola via, la scrittura è vivace, descrittiva e incastra parole come sguardi allo specchio. Il racconto, breve, si legge tutto d'un fiato, con gioia e diletto.

'Tipi non comuni' di Tom Hanks

Che sorpresa Tom Hanks nelle vesti di scrittore! 'Tipi non comuni' è un piccolo gioiello di narrativa. Racconti di una ventina di pagine che aprono una finestra sulla società americana di ieri e di oggi. Un "c'era una volta.. e c'è ancora" che descrive personaggi così umani da sentirli vicini. Immigrati, donne divorziate, aspiranti attrici, sognatori, innamorati, giocatori di bowling, maniache del controllo, milionari in fuga nel passato. Tutti dominano il loro tempo. Tutti lasciano arrivare al lettore un nugolo di emozioni. Tutti sono portatori di un vissuto, di una storia che riempie il cuore. Domina la speranza, la positività, il coraggio. E di sottofondo il ticchettio di una macchina da scrivere. Strumento di comunicazione in apparenza anacronistico eppure gioioso, sotto i cui tasti soccombono l'amarezza del disagio e le difficoltà quotidiane.
Una scrittura coinvolgente, a tratti divertente, godibile compagnia.