sabato 5 dicembre 2020

"I pesci non esistono" di Lulu Miller

Lulu è solo una bambina quando chiede al padre che senso abbia la vita.

La risposta, “nessuno”, la spingerà a fare di tutto per contestarlo, ripudiare parole che hanno il senso di qualcosa di inoppugnabile, irrevocabile. Non può semplicemente essere lasciato tutto al caos che irrompe e distrugge la vita degli uomini, non ci si può arrendere al concetto che non serva a nulla opporsi, reagire agli incidenti, gli imprevisti che costellano l’esistenza. E allora quando Lulu si imbatte nella vita di David Starr Jordan tutto sembra cambiare. Impossibile non riacquistare fiducia al cospetto di una figura leggendaria per il mondo scientifico internazionale, capace di partire da un piccolo paese della provincia americana a metà dell’Ottocento per diventare tra i più noti tassonomisti del mondo, scienziato, esploratore, pedagogista, docente universitario, il primo preside della Stanford University, capace di forza e resilienza non comuni.

“Una volta che la disavventura è passata smetto di preoccuparmene”, così alla morte della moglie, così al cospetto del terremoto che nel 1906 distrusse buona parte della sua collezione di esemplari sotto vetro, migliaia e migliaia di pesci catalogati in viaggi su mari in tempesta, in condizioni di viaggio estreme, così alla perdita dell’amata figlia che sentiva così simile a lui.

David Starr Jordan manteneva saldi i nervi e semplicemente ricominciava. Ricominciava a viaggiare, aveva recuperato con pazienza i pesci sbrindellati sul pavimento della Stanford, si occupava di tutti i dettagli, osservava tutto il mondo circostante e catalogava, sempre, come aveva fatto sin da piccolo, quando con il naso all’insù guardava le stelle o disegnava le mappe, quello l’aveva salvato dal dolore che l’aveva colpito alla perdita dell’amato fratello maggiore, morto nella guerra di secessione. Avere qualcosa da osservare, codificare, dare un nome a quello che non l’aveva.

Ma bastava questo a fare ordine anche nella vita delle persone? A placare la rabbia, il dolore? A dare forma al vuoto che spesso travolgeva una persona. Era accaduto a Lulu di sentirsi spaesata, persa a un tratto della sua giovane vita, non sapere cosa fare, guardarsi intorno e sentirsi impotente, fragile, non essere in grado di perdonare i propri errori.

Coraggio, determinazione, un progetto fermo. Questo sembrava aver riempito ogni giorno la vita di Jordan, che aveva ricostruito una famiglia, ripreso a studiare, viaggiare, porsi obiettivi.

Operosità, costruzione di un sé fiducioso, una prospettiva decisa, obiettivi a stretto termine, la certezza del successo, questo propugnava Jordan, e dopo di lui nel ‘900 molti hanno teorizzato la concretezza della proiezione positiva di un sé egotico, ma funzionava davvero? E soprattutto Jordan era davvero la persona che diceva di essere, un modello a cui tendere?

Nella sua ossessione su Jordan, Lulu si imbatte in un uomo deciso a tutto pur di mantenere il potere, finanche – sospetta qualcuno – l’omicidio della donna che aveva patrocinato il suo successo. Un uomo che osteggiava apertamente chi metteva in dubbio i suoi metodi, invidioso, fino a tarda età compiaciuto della sua fama, e che aveva sposato idee sempre più estreme, su tutte l’eugenetica.

E’ leggendo delle idee orribili in cui Jordan credeva e divulgava: la sterilizzazione forzata di individui ritenuti inadatti a vivere in società, che Lulu riflette sul caos personale che ha travolto la sua vita al punto di rimettere tutto in discussione, ripensare alle parole del padre, alla sua infanzia, a Darwin, spesso così frainteso. “Non può mai esserci un solo modo di catalogare gli organismi della natura”, perché in “ogni organismo che osserviamo risiede una complessità che non capiremo mai”.

Eh sì.. “gli esseri umani sono importanti, su piani più tangibili e concreti, per il pianeta, la società, gli uni per gli altri”. E che in fondo non vi sono certezze di quello che stiamo guardando, quindi può capitare di tutto, anche qualcosa di buono. Cosa avrebbe detto David Starr Jordan se qualcuno avesse alfine asserito che i pesci non esistono? Che tutto quello che lui aveva codificato semplicemente, un secolo dopo, i cladisti l’avrebbero messo in discussione?

Lulu Miller fa ordine nella sua vita: Jordan non è più il mito della sua infanzia, i pesci non esistono, e sì “ se riesci a vedere oltre i limiti dei risultati che vuoi ottenere, ti aspetta qualcosa di migliore”.

Biografia, saggio, romanzo, “I pesci non esistono” è una sorpresa. Un libro che fa riflettere, che scava a fondo nella vita della protagonista che ritroviamo per certi versi in noi. Un libro a tratti persino molto divertente, e illuminante per comprendere la società americana [anche attuale] e per converso il mondo intero. E’ più facile fermarsi alla superficie delle cose che impegnarsi nella complessità dei singoli.

Un libro illuminante.

venerdì 27 novembre 2020

"Una donna quasi perfetta" di Madeleine St John

Un bistrot, una coppia che beve del vino flirtando, una donna che li guarda.

Simon e Gillian sono amanti da alcuni mesi, stanno bene insieme, non si sono promessi nulla se non vivere il momento. La donna che li fissa è Lydia e sta per scombinare l'idillio. Perché Lydia è una cara amica di Flora, la moglie di Simon. La figura assente dalla scena. Vera protagonista della storia, Flora è madre attenta e premurosa di tre figli, ha un lavoro impegnativo che le piace, cura la casa e ama suo marito eppure avverte che non tutto è come dovrebbe andare, il bisogno di fede latente che si riaffaccia sembra essere l'unico appiglio gentile a giorni di ansia. Il dubbio di non essere abbastanza la tormenta, e il marito spesso assente fino a tardi che ironizza sulle sue manie di perfezione, sul suo rapporto con la fede è un piccolo tarlo che scava buchi nella parete di felicità che Flora ha costruito nel tempo.

Felicità.

Tutti i personaggi del romanzo della St John sembrano approcciarsi all'idea di felicità con fatica, bisogno struggente. Case molto belle,   vite in tiro, vacanze nella douce France, aspettative ma anche progetti e duro lavoro. Tutto inscatolato in ruoli codificati. Simon che si lascia andare ad una relazione senza avvertire la colpa verso Flora e la famiglia messo alle strette dallo sguardo indagatore e giudicante di un'altra donna, Lydia, amica di Flora che pure, con la stessa oculatezza con cui fa acquisti, conti e progetti, mette alle strette Simon. Così Gillian impermeabile alla fine della storia con Simon, sempre centrata su di sé, sui propri obiettivi e come raggiungerli.

La St John descrive una donna quasi perfetta, Flora, la sua famiglia, i timori taciuti alfine in una domenica al museo, davanti a un dipinto che ispira la speranza di un incedere lento nella vita, così prossimo a tanti, che sì.. somiglia persino alla felicità.

"Uno deve decidere per sé il meglio che può" e quel meglio, giorno dopo giorno, è un bacio furtivo che sa di fuga, un pensiero di ribellione, uno sguardo attento verso chi abbiamo accanto, l'idea stessa di preservare la serenità di una famiglia.

Capace di una scrittura così attenta al personale, agli umori dei personaggi, ai particolari che svelano le peculiarità dei protagonisti Madeleine St John regala al pubblico un libro prezioso, leggero, di cuore.

Donne fragili in apparenza che con forza invece si mettono in discussione e relegano in un angolo le paure che spesso abitano l'uomo.

domenica 22 novembre 2020

"Il paese dalle porte di mattone" di Giulia Morgani

“Cosa volevate?” “Quello che vogliono tutti. Cose semplici, ora così lontane. Amare, sperare. Vivere. Confidando che il tempo cura ogni dolore”.

Giacomo è un giovane capostazione al suo primo incarico. Centunoscale è il piccolo paese a lui destinato. La guerra alle spalle e un amore sincero a cui anela tornare presto. E’ pieno di speranze quando arriva al piccolo paese avvolto da un coltre di nebbia. L’unica persona che è con lui sul treno è una donna che cerca di dissuadere la sua permanenza. “Non abbiamo bisogno di nessuno”.

Giacomo sembra non farci caso, non ha intenzione di lasciarsi scoraggiare benché la nebbia, il silenzio e l’abitato spettrale sembri suggerire altro. Poco più di un presagio. Ad ospitarlo due fratelli in una casa che nessuno vuole nemmeno indicargli. Teste basse e sguardi impauriti. E infatti sin dalla sua prima notte al paese rumori violenti, grida, un battere incessante sembra squarciare il suo sonno. Ma il giorno porta ristoro e tanta voglia di fare. Giacomo è deciso a far rinascere la piccola stazione abbandonata e sul punto di crollare. Ma intorno vi sono poco più che macerie e nessuno disposto ad aiutarlo.

Il paese è diviso in un abitato di vecchie case pressoché diroccate e disabitate e un piccolo centro nuovo. Solo Roberto, un bambino dagli strani capelli grigi sembra rivolgergli la parola più incuriosito dai treni che dal giovane venuto da lontano. In paese nessuno è ben accolto. Ogni presenza estranea è scoraggiata, sembra che tutti siano ostaggio di un incantesimo. Le case del borgo antico celano anime incastrate nel tempo, quasi tutti coinvolti in tragedie prossime impossibili da dimenticare, di cui è più semplice accusare la stregoneria, la malattia che l’orrore della guerra, dell’uomo che ignora quanto la perdita di piccoli innocenti possano stringere un intero paese nel silenzio di anni di pregiudizi, rinunce, dolore che ammanta tutto come una coltre di colpe collettive.

Giacomo è deciso a capire, a spiegare e spiegarsi tutti quei misteri e a sfidare il pregiudizio, la malattia aprendo il suo cuore alla speranza che si possa tornare a desiderare le cose semplici. A riunire il piccolo paese tutto intorno alla stazione, lì una fotografia aveva fissato l’ultimo momento felice della comunità, e lì si sarebbe offerta a tutti la possibilità di un quotidiano di speranza. Per Roberto, per il sarto, per la maestra, per l’anziano bottegaio, per il fornaio, per il prete che aveva smesso di celebrare scosso dalla tragedia di cui era stato testimone, la fragile Malvina, i suoi fratelli, il vecchio capostazione e tutti quelli che avevano smesso di vivere, vittime di rabbia e dolore, decisi a nascondere dietro una parete di mattoni i ricordi felici, la vita di un tempo e tutti i sogni perduti. E alla fine l’ostinazione di Giacomo, era stata ripagata, in un tempo che aveva ripreso a correre, minuto dopo minuto mentre crollavano le pareti di mattoni e i sogni tornavano a vivere e le voci tornavano a risuonare nel paese come la musica, i colori, semplicemente la vita.

Smettere di guardare all’altro come nemico, spiegare e accettare quello che non si conosce, superare il dolore e perdonarsi, questo aveva riportato Centunoscale a vivere mentre il treno allontanava Giacomo dal paese riportandolo alla città, al suo amore, alla sua di vita che cominciava davvero. Sembrava che il suo compito lì fosse finito, quando era arrivato nemmeno sapeva di averne uno, di certo non così impegnativo, ma Giacomo si apriva alla vita, sempre, aveva fiducia negli altri, condivideva il bene perché solo quello conosceva. Ma Centunoscale, la tristezza dei suoi abitanti, quei mattoni che avevano imprigionato la vita, li avrebbe portati con sé, sempre.

Esordio interessante quello della Morgani, una storia che occhieggia al gotico ma cela tutto l’orrore di cui è capace l’uomo e il dolore che lo soffoca al punto di costringersi ad una vita che è solo dubbio, rinuncia, sospetto, delazione. La narrazione è fluida, intrigante, appassionata come di chi racconta di una storia che è patrimonio di ricordi, atmosfere comuni. E arriva dritta al cuore.


domenica 8 novembre 2020

"Tommaso e l'algebra del destino" di Enrico Macioci


"Il 14 agosto del 2014, Tommaso Rovere, cinque anni e mezzo, fu vittima di tante piccole sfortune che sommate tutte insieme comportarono una sfortuna più grande".

Un auto parcheggiata all'incrocio di strade deserte. È ferragosto. Nessuno cammina, pochissimi sfilano sbadatamente accanto all'auto dove siede il piccolo Tommaso.

Stretto sul sedile posteriore, sul seggiolino che avrebbe dovuto proteggerlo, se non fosse che il padre l'ha lasciato lì solo, l'illusione di allontanarsi per pochi minuti, per correre dalla donna con cui da mesi tradisce la moglie, Sonia, la madre del piccolo Tommaso.

Sembrano lontani i tempi felici, lontani pure i rimorsi di guardare al figlioletto come ad un impedimento. Giorgio Rovere, così si chiama, svolta l'angolo, attraversa un sottopasso, il telefono in mano compone ostinatamente un numero a cui nessuno risponde, la strada e l'impatto con l'auto che lo travolge.

In ospedale non avranno nulla per identificare l'uomo che un medico opera, meccanicamente, come una cosa fatta bene, e basta.

Intanto passano i minuti, le ore e Tommaso capisce che il padre non tornerà. Fa caldo, troppo. Ha sete, fame, sonno. Ha momenti di sconforto, rabbia. Le sue mani sono piccole per liberarlo dalla stretta della cintura di sicurezza. Sente voci, immagina di vedere un compagno d'asilo cattivo con lui, non ha forza di gridare, fuori due bimbi lo guardano poi corrono via e le forze lo abbandonano, come ha fatto il suo papà. E la mamma, l'odore buono dei capelli quando si china su di lui per baciargli la fronte è poco più di un ricordo.

Le ore passano, l'ombra della sera rinfresca la pelle di Tommaso, è sfiancato, fuori piove, no.. diluvia. Un'ombra nera affianca l'auto. Tommaso è piccolo, non sa dare un nome ma sa che è il male, l'abisso da cui non si torna, che ghermisce e lui è piccolo, gli umori del suo corpo impregnano l'abitacolo dell'auto, piange, il corpo freddo si muove appena.

Sonia, la mamma di Tommaso ha lavorato fino al pomeriggio, la rabbia per il tradimento del marito che sente sta per travolgere la sua famiglia nasconde l'inadeguatezza di sapersi infelice a prescindere, quasi che il tempo, la vita le fosse sfuggita via senza sapere come, perché. Non sa raccontare il suo malessere nemmeno alla madre che le chiede del nipotino. È solo per un indisposizione del marito che Tommaso non è con loro. Ne hanno cura da sempre. Sono le parole del nonno che Tommaso continua a ripetersi in auto nei momenti di lucidità. 

Tommaso... che ignora che il padre è in un letto d'ospedale, che ignora che la madre è ferma in auto a poche decine di metri da lui, in attesa di cogliere in fragrante il marito lasciare la casa dell'amante, che ignora con ostinazione senza mai muovere il capo, spostare lo sguardo l'ombra nera che abita la notte, e si confonde alla pioggia.

Tommaso ha cinque anni e mezzo. Ha superato la notte.

Poi "..le circostanze sfortunate a un certo punto terminano, e da lì iniziano le circostanze fortunate. Accade semplicemente, terribilmente così. La sfortuna di uno finisce e comincia quella di un altro".

Con una forza dirompente la scrittura di Macioci incastra il lettore parola dopo parola, pagina dopo pagina. Lo incastra alla sua di coscienza, a quanto l'animo umano soccomba al quotidiano che diventa ordinario, a vite che si indossano come abiti comodi, troppo per essere cambiati, e invece smarriamo il senso profondo dei sentimenti, di quello che conta davvero, delle piccole cose che possono e fanno la differenza.

Che sia lo sguardo di un bambino che rifugge le paure tutte per superare la notte più buia a segnare il passo, è un invito di forza, è una forma di fede assoluta, una volontà di cambiamento, la certezza che a dispetto dell'algebra del destino c'è il desiderio di credere che tutto è possibile.

"Madrigale senza suono'" di Andrea Tarabbia

Un manoscritto trovato per caso, un compositore geniale del Novecento, Igor Stravinskij, e lui, Gesualdo da Venosa, principe e madrigalista tra i più noti, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, bollato da fama sinistra di uxoricida e ossessionato dalla musica in cui rifletteva tutti i sentimenti: ansia, dolore, tormento, speranza, espiazione, purezza, gioia, fino allo spasimo.

"...trovare una frase che racchiuda un sentimento, che lo incarceri una volta per tutte in una formula assoluta, che impedisca a chi legge di raccontare quello stesso sentimento con parole diverse da quelle che trova scritte. Questo è il sogno della scrittura. Ma è anche la sua chimera".

In un testo a due voci, tra Stravinskij che prova ad interpretare la musica di Gesualdo adattandola al suo tempo, e quello di Gioacchino Ardytti, autore della cronaca sul principe di Venosa, il lettore si perde consapevolmente. Ogni pagina da romanzo, finzione, si mescola alla storia, alla verità, raccontando di un uomo destinato a governare un territorio a dispetto della sua vocazione naturale a fare musica, in modo innovativo, ignorando le regole scritte per farne di nuove, con effetto dirompente. Gesualdo da Venosa, però ha visto il suo nome macchiato dall'assassinio dell'amata moglie, Maria D'Avalis, rea di averlo tradito. E a breve la sua vita sarà attraversata da dolori, perdite, tormenti. La morte di un figlio in tenera età, il dolore cieco della seconda moglie, l'odio del primogenito che gli rinfacciava l'assassinio della madre, l'ansia del futuro incerto. Un tormento, struggimento, misto a impotenza a dispetto del potere che deteneva che lo facevano l'uomo tormentato che trovava diletto, ristoro solo dalla musica che sperava lo consegnasse alla storia, gli tributasse l'onore che sapeva di meritare.

A fare da sfondo alla storia di Gesualdo da Venosa una ricostruzione storia/scenica si può dire che come la partitura della sua musica racconta con puntiglio un territorio, un tempo, una società, un quotidiano dove trovano spazio le descrizioni persino degli odori, degli umori delle persone. Che siano umili servitori, o il medico di famiglia che sullo studio dei cadaveri improvvisa cure per il suo principe, le guaritrici, o l'uomo di chiesa che promette il perdono divino, soldati, contadini, e lui quel Gioacchino, storpio, vigile e fidato servo sempre al fianco del suo principe, sin dai tempi del convento.

Digressione, falso, o riflesso dell'anima nera di Gesualdo, Gioacchino è voce narrante della vita del principe, raccoglie la sua rabbia, e le sue confidenze, nasconde nei sotterranei il segreto del suo crimine efferato e dallo stesso verrà annientato, null'altro che la coscienza che chiede di essere mondata dal peccato prima di ricongiungersi a Dio.

Un romanzo che è storico, gotico nei toni e nei colori, tratteggiato di densità, gravità e al tempo stesso leggerezza, la stessa che svolazza su una partitura. Racconta l'amore totalizzante per la musica, come la furia amorosa, la determinazione di un musicista ad interpretare e riadattare al meglio una musica lontana per regalarla al mondo, con la capacità di una scrittura che si fa davvero visiva, piena, destinata a catturare l'attenzione del lettore.

Tarabbia indaga l'animo tormentato di un uomo che riflette il suo malessere e il suo essere tutto nelle note e attualizza il messaggio di potenza costretto nell'opera dell'artista geniale e innovatore che fu Gesualdo da Venosa.

domenica 25 ottobre 2020

"La nuova stagione" di Silvia Ballestra

Nelle terre marchigiane sferzate dal terremoto, in paesi che hanno trattenuto la bellezza antica e le asperità di chi abita, cura e vive la terra, due sorelle tornano per vendere le proprietà di famiglia. Nadia e Olga, hanno studiato, lavorato e messo su famiglia lontano dalle campagne duramente lavorate dal padre ma rispondendo all'appello della terra a cui sempre si torna, stanche degli impicci e dispetti dei contadini, di affitti miseri, beghe legali, tasse e delle stramberie di un'anziana madre, si son decise a vendere ignare di dover lottare contro l'atavico spirito maschile campagnolo che reputa poco capaci le donne, da liquidare con poco, dissuadere. Per anni, in un andirivieni tra campagna e città, perse in contrattazioni surreali, tra uffici provinciali, consorzi, notai, due donne reggono il peso di una decisione che coniughi il giusto interesse al sentimento di vendere a chi in qualche modo si prenderà cura di terre amate per generazioni, di più di un territorio che non venga snaturato, abbruttito, che resista agli inciampi della natura e dello scempio dell'uomo.

Di mezzo, storie di donne, sorelle, amiche, operaie, macchiate dal giudizio degli uomini, estromesse, tacciate di pazzia, quando non uccise per la terra, la 'roba,' di verghiana memoria.

La Ballestra racconta l'amore per un territorio ferito e la speranza di un futuro migliore, una "nuova stagione" appunto, più rispettosa, che amplifichi la bellezza ricevuta in dono.

Una narrazione intensa, ironica, intelligente. Empatica, al punto da sentirsi parte della famiglia delle sorelle Gentili.


 

domenica 11 ottobre 2020

"La lotteria dei divi morti" di Susan Swan

 ".. non ho idea di come sia passato dall'essere Dale Paul, la balena dei fondi speculativi, all'uomo che adesso è in grado di vedere come ha rovinato la vita di migliaia di persone e di come ha reso difficile a suo figlio volergli bene".
Dale Paul è un uomo d'affari. Straordinarie le sue fortune, leggendarie le sue imprese. Conosce uomini potenti, politici, personaggi famosi. E' stato l'uomo dell'impossibile ma anche uno sfrontato che ha speculato con i soldi di tanti illusi dal facile guadagno. Dale Paul è senza scrupoli quando fiuta un buon affare, è inarrestabile. O almeno lo è fino a quando il più grosso affare della vita sfuma lasciando sul lastrico migliaia di persone che hanno perso non solo le speranze di un buon affare ma i risparmi di una vita e peggio, i propri fondi pensione.
E allora come una mannaia il Governo gli chiede conto di tutto, l'opinione pubblica reclama una punizione esemplare e le porte del carcere si aprono sull'uomo dei sogni.
Dalle ville sfarzose agli spazi angusti della cella, dai viaggi in giro per il mondo ai pochi passi in cortile nell'ora d'aria, dagli abiti firmati alla divisa del penitenziario, dal lusso al nulla il passaggio è devastante, di più percepirsi come ingiustamente carcerato è impossibile da accettare.
Dale Paul non si arrende all'idea di aver commesso errori, di aver giocato con il denaro e quindi con la vita di altre persone; arrogante, supponente, convinto di essere il migliore, sempre: un solo fare, un solo agire, inarrestabile.
Dagli anni in cui tutto è stato possibile alla crisi economica americana e mondiale dei primi anni del XXI secolo, un passo breve, dove non viene perdonato nulla, tanto più se a rimetterci sono i veterani.
L'uomo che entra in carcere è un uomo che ha lasciato a casa le donne della sua vita: l'ex moglie alcolista, la giovane donna amata, la cugina, la donna che gli ha fatto da madre. E poi Davie, il figlio che si vergogna di lui, delle accuse che lo inchiodano in carcere. Ma non è pronto ad arrendersi Dale Paul, pensa ancora di poter trovare il modo per guadagnare denaro, se non altro considerazione, in carcere. E con le parole, come ha sempre fatto, incanta piano piano tutti, a partire dal direttore del carcere. Insegnerà ai detenuti come cavarsela con l'economia reale, un progetto folle che prevede di scommettere sulla morte di alcuni personaggi famosi. In parallelo la nuova moneta virtuale - i bitcoin -  pagherà le vincite in una lotteria parallela che si gioca fuori e rischia di coinvolgerlo in affari molto più rischiosi.
E nel tempo che scorre lento in carcere Dale Paul ha possibilità di riflettere sulla sua vita, sul suo passato, le persone che hanno segnato la sua crescita, amici, parenti, affetti. La morte della madre prima e del figlio subito dopo sembrano costringerlo ad arretrare dai suoi progetti ma è un illusione, Dale Paul si convince che nulla di quanto accade è reale davvero, non merita la sua sorte, rivendica un ruolo migliore nella società, attribuisce ad altri parte delle responsabilità che ricadono su di lui e si affanna a cogliere l'importanza dei legami familiari.
Su tutto recuperare il rapporto con il figlio che non crede morto. Nella turbolenta sua presenza in carcere Dale Paul sente di essere finito - per una volta - in affari con qualcuno di più pericoloso di lui, qualcuno disposto più di lui a tutto per far soldi, persone per cui la vita non conta nulla e allora fuggire, salvarsi diventa imprescindibile.
Perché nella lotteria dei divi morti adesso c'è il suo nome.
In una disarmante lotta contro il tempo, tra astuzie, violenze fisiche e mentali, schermaglie verbali, ricatti, silenzi e tentate fughe corre l'affare più pericoloso mai tentato dal genio tormentato di Dale Paul, con un riscatto finale inatteso, forse... 
"La prigione ti ha cambiato?" 
"Non sa proprio se il cambiamento che sta vivendo durerà, perché anche lui è spesso attraversato da dubbi e sospetti su se stesso. Qualche volta quei dubbi svaniscono nel nulla, altre volte, invece, è sopraffatto dalla paura che questi cambiamenti lo trasformeranno nell'opposto di quello che spera di diventare e a dispetto delle sue migliori intenzioni tornerà a essere quello che era. Così alla fine, in totale sincerità, non può dare una risposta onesta".

Susan Swan tratteggia un personaggio interessante, difficile da amare. Nervoso, antipatico, con una totale incapacità di relazionarsi in maniera sincera con le persone, a partire dalle persone a cui dovrebbe dimostrare amore, su tutti il figlio che inscena il suicidio per liberarsi dall'ombra maligna della figura paterna.
Dale Paul è un concentrato di tante figure letterarie. E' un uomo del Novecento, un uomo conscio del suo potere, o meglio del potere che può dare, avere e gestire, non solo con il denaro. 
E' interessante come l'autrice insceni, con il doppio racconto del ghostwriter Tim Nugent, l'occasione per offrire un altro punto di vista sulle azioni più significative della vita del protagonista; da cui si apprende come Dale abbia sempre fornito una sua verità o abbia usato determinati eventi per ricattare e usare amici e parenti. Tutto, "pro domo sua". Dimenticando la base dell'essere parte integrante di una famiglia, di una comunità, in senso più ampio di una collettività. Allo stesso tempo vi è un finale aperto che lascia intravedere la possibilità di una redenzione o almeno la semplice accettazione di non poter aver il potere sulle vite altrui.
Un romanzo che racconta con tratti di feroce ironia il nostro tempo, il mare di piccoli pesci che tentano la sopravvivenza sfuggendo agli squali, in un'economia che sfugge i titoli in borsa per affondare nel reale del quotidiano.
Un romanzo che fa riflettere, strappa qualche sorriso amaro, racconta e smonta alcuni stereotipi e lascia al lettore la speranza nel cambiamento.
Non poco.