A rendere meraviglioso questo lungo romanzo, 725 pagine, è la scrittura diabolicamente accattivante di Collins. I suoi sono personaggi vivi, caratterialmente ben definiti, di cui il lettore finisce per sentirsi complice, amico. Le storie sono intrecci macchinosi, geniali, eppure credibili. La narrazione si giova di artifici rubati al teatro, e non solo.. il carteggio tra i vari protagonisti allenta la tensione e defatica la scrittura compulsiva legata all'agire della sua protagonista, Magdalen. Collins sembra che pennelli la scena, conoscitore accorto della società del suo tempo, in cui non mancano avvocati, notai, commercianti, marinai, fagocita il lettore in una storia in cui è possibile trovare tutto: amore, odio, gelosia, vendetta, passione, ironia, attenzione per i più umili, voglia di riscatto, altruismo. In una parola: un romanzo sfacciatamente godibile.
venerdì 29 aprile 2011
"Senza nome" di Wilkie Collins
mercoledì 27 aprile 2011
"L'agente segreto" di Joseph Conrad
"Non c'è idealizzazione che non impoverisca la vita. Abbellirla significa toglierle tutta la complessità: significa distruggerla. Ragazzo mio, lasciano che lo facciano i moralisti. La storia è fatta dagli uomini, ma non la fanno nella loro testa. Le idee che nascono dalla loro coscienza razionale svolgono un ruolo insignificante nel fluire degli eventi. La storia è dominata e determinata dagli strumenti e dai mezzi di produzione: dalla forza delle condizioni economiche".
Un linguaggio nuovo, sperimentale quello di Conrad per un'indagine psicologica e sociologica che va oltre la mera narrazione di intrattenimento popolare.
Un linguaggio nuovo, sperimentale quello di Conrad per un'indagine psicologica e sociologica che va oltre la mera narrazione di intrattenimento popolare.
martedì 26 aprile 2011
"Le vedove del giovedì" di Claudia Pineiro
Tra donne sull'orlo di una crisi di nervi e improbabili partite a tennis, grigliate e fuochi d'artificio, sbronze colossali e riti di iniziazione sembra animarsi la vita lungo i viali silenziosi e sicuri de La Cascada. Più in là, in una piscina, la voce di Diana Krall viene bruscamente smorzata.. dei ragazzini spiano la scena dall'alto, credono di vedere qualcosa.. alcune ore dopo i corpi di tre uomini affiorano in acqua. Cosa è davvero successo? Perchè un giovedì sera trascorso tra amici si è chiuso con una tragedia? Perché Ronie Guevara si è allontanato dal gruppo? Chi o cosa minaccia l'apparente tranquillità de La Cascada? "Siamo noi a chiuderci dentro, o chiudiamo fuori gli altri, per non farli entrare?"
Un piccolo giallo inquietante, una vibrante disamina sociologica dell'agire umano, imprigionato tra compromessi e costrizioni mentali, nel conflitto eterno tra l'essere e l'apparire, esasperato dalla fobica oppressione di un luogo chiuso quale si dimostra essere il complesso residenziale de La Cascada, reale comunità artificiale e artificiosa, tra finti amici e inquietanti imposizioni rivelatrici di una diversità da opprimere a qualcunque costo, qualunque essa sia. Un romanzo che attanaglia il lettore fino all'ultima riga spingendo a riflessioni tutt'altro che scontate.
"Gli chiesi: 'Hai paura di uscire?'"
"Gli chiesi: 'Hai paura di uscire?'"
lunedì 25 aprile 2011
"Un calcio in bocca fa miracoli" di Marco Presta
E invece un vecchiaccio così ha da regalare al mondo straordinarie cattiverie e improbabili buone azioni. Perché un falegname ultrasettantenne che ha a cuore un comodino sbilenco e una figlia con cui parla di rado sembra aver poco da dire al mondo e invece pare che il mondo gli faccia dispetto e lo metta al cospetto di un bimbetto frignante al giardinetto che reclama la sua attenzione, l'amico di sempre, il pizzicagnolo Armando, deciso a far da cupido a due giovani e far complice mezza città; la figlia che gli piomba in casa in fuga da un marito che forse non ama più forse perché troppo simile al padre, perennemente assente; una ex moglie bella e rompiscatole come sempre; una portiera fascinosa che a dispetto di tutto gli preferisce un barista meno attempato ma banale; ostinati giovanotti che in lui vedono 'una brava persona' a cui chiedere consiglio; medici decisi a fargli sentire tutto il peso dell'età e continui, strabilianti, piccoli incomodi quotidiani inframzzati ai ricordi che occupano più spaizo del presente.
Eppure questo vecchio all'apparenza cinico, caustico, surreale sempre fermo a un passo dalla brutta figura e dalla battutaccia, si rivela capace di slanci emotivi, aiuti disienterrati e parole sagge. Un vecchio che alberga dentro tutti noi o che vorremmo facesse parte della nostra vita, almeno per un pò. Un libro divertentissimo, in cui troviamo la verve del bravissimo Marco Presta, autore e conduttore con Dose de 'Il ruggito del coniglio', fortunata trasmissione di Radio 2.
"Ipazia. La vera storia" di Silvia Ronchey
Matematica, astronoma, filosofa Ipazia rivestì un ruolo chiave in quel di Alessandria tra il finire del IV e l'inizio del V sec. d.C. Donna erudita, esponente dell'élite pagana, abile osservatrice, versatile nella res publica al fianco delle stesse autorità civili, aspramente osteggiata dal vescovo Cirillo che ispirò la mano dei cristiani fanatici -forse i monaci parabolani- che l'assassinarono brutalmente trasformandola in un simbolo di libertà.
Silvia Ronchey va oltre il già sentito cercando di ricostruire, basandosi unicamente sulle fonti -da qui l'accuratissima appendice- la vita e soprattutto la morte di Ipazia. Fu davvero uccisa su istigazione del vescovo Cirillo? Il suo corpo fu davvero fatto a pezzi? Squartato? Ipazia fu accerchiata sulla soglia della sua casa? Chi o cosa ottenne che i suoi assassini la facessero franca? Perchè una donna era così rispettata, amata finanche temuta?
La Ronchey ripetiamolo, fa un lavoro certosino sulle fonti dirette, analizza una ad una le citazioni, segue la figura di Ipazia nel corso della storia, affidandola così alle mani del lettore che vien però privato della fascinazione del racconto. Ne viene fuori un puro esercizio di stile che poco aggiunge alla comprensione di una donna straordinaria divenuta nel tempo protagonista di romanzi, poesie, opere teatrali, famosi dipinti e su tutto, martire laica del pensiero scientifico.
Silvia Ronchey va oltre il già sentito cercando di ricostruire, basandosi unicamente sulle fonti -da qui l'accuratissima appendice- la vita e soprattutto la morte di Ipazia. Fu davvero uccisa su istigazione del vescovo Cirillo? Il suo corpo fu davvero fatto a pezzi? Squartato? Ipazia fu accerchiata sulla soglia della sua casa? Chi o cosa ottenne che i suoi assassini la facessero franca? Perchè una donna era così rispettata, amata finanche temuta?
La Ronchey ripetiamolo, fa un lavoro certosino sulle fonti dirette, analizza una ad una le citazioni, segue la figura di Ipazia nel corso della storia, affidandola così alle mani del lettore che vien però privato della fascinazione del racconto. Ne viene fuori un puro esercizio di stile che poco aggiunge alla comprensione di una donna straordinaria divenuta nel tempo protagonista di romanzi, poesie, opere teatrali, famosi dipinti e su tutto, martire laica del pensiero scientifico.
domenica 24 aprile 2011
"La donna che collezionava farfalle" di Bernie McGill
Il diario è quello scritto nei dodici mesi di prigionia da Harriet Ormond, condannata per l'omicidio volontario della figlia di quattro anni, Charlotte.
La storia è quella che a distanza di sessant'anni dagli eventi la vecchia Maddie racconta ad Anna ultima discendente degli Ormond. La storia fa luce sugli eventi occorsi in quel 1892 quando Charlotte venne trovata morta nella stanza del guardaroba, le mani legate con una calza annodata ad un anello nel muro. Cosa aveva fatto la piccola Charlotte per meritare una simile punizione dalla madre che era solita occuparsi di tutti i nove figli con tale durezza per responsabilizzarli? E cosa era accaduto davvero in quella stanza? Perchè una punizione si era trasformata in tragedia? Davvero Harriet Ormond era quel mostro di cattiveria che la piccola comunità si ostinava a giudicare con estrema durezza? Chi era davvero la donna che amava le farfalle, cavalcare e perdersi sulle verdi colline irlandesi? Cosa nascondeva l'altera bellezza e la fiera indipendenza di Harriet? Chi era la donna che si affaticava ad essere la madre più attenta e severa, la moglie devota e la brava padrona di casa che tutti ammiravano? Quale struggimento e dolore taceva nel freddo silenzio della prigione la donna che pagava poer la morte di una figlia nello stesso tempo in cui si affannava per metterne al mondo un'altra?
E ancora.. cosa aveva visto la piccola Maddie? Cosa aveva taciuto? Quale segreto aveva deciso di portarsi dentro? Fino a farle dire: "Per tutta la vita ho vissuto due esistenze: la mia e quella di Charlotte. Per lei mi adagiai sul mare, mi lasciai trasportare, guardai in alto e mi innamorai del cielo. Per lei inghiottii il mio terrore".
Un bellissimo romanzo, una prosa accesa, vivida, coinvolgente. Impossibile non lasciarsi trasportare dall'alternarsi delle due voci femminili che raccontano, ricordano, rielabono gli eventi. L'autrice è capace di confinare il lettore lì, in quella stanza del guardaroba, di fargli sentire il respiro affannato della piccola Charlotte, così come di riflettere i suoi occhi in quelli colpevoli di Maddie, o in quelle pozze scure ormai prive di calore della triste Harriot, la sua esistenza ferma come quella delle sue amate farfalle al momento della morte, imprigionate nell'attimo acceso della loro bellezza, il fremito delle ali che battono un attimo prima che la vita si arresti, per sempre. La McGill ricrea con assoluta compiutezza la vita in una grande dimora sul finire del XIX secolo, i gesti quotidiani della servitù, le vecchie credenze popolari mescolate alla fede, i loro occhi fissi sui 'signori', in particolare sulla padrona di casa, indomita, indifferente ai pregiudizi, forte solo in apparenza.. fragile nella diversità che sarà la sua vera colpa, che segnerà la sua condanna.
La storia è quella che a distanza di sessant'anni dagli eventi la vecchia Maddie racconta ad Anna ultima discendente degli Ormond. La storia fa luce sugli eventi occorsi in quel 1892 quando Charlotte venne trovata morta nella stanza del guardaroba, le mani legate con una calza annodata ad un anello nel muro. Cosa aveva fatto la piccola Charlotte per meritare una simile punizione dalla madre che era solita occuparsi di tutti i nove figli con tale durezza per responsabilizzarli? E cosa era accaduto davvero in quella stanza? Perchè una punizione si era trasformata in tragedia? Davvero Harriet Ormond era quel mostro di cattiveria che la piccola comunità si ostinava a giudicare con estrema durezza? Chi era davvero la donna che amava le farfalle, cavalcare e perdersi sulle verdi colline irlandesi? Cosa nascondeva l'altera bellezza e la fiera indipendenza di Harriet? Chi era la donna che si affaticava ad essere la madre più attenta e severa, la moglie devota e la brava padrona di casa che tutti ammiravano? Quale struggimento e dolore taceva nel freddo silenzio della prigione la donna che pagava poer la morte di una figlia nello stesso tempo in cui si affannava per metterne al mondo un'altra?
E ancora.. cosa aveva visto la piccola Maddie? Cosa aveva taciuto? Quale segreto aveva deciso di portarsi dentro? Fino a farle dire: "Per tutta la vita ho vissuto due esistenze: la mia e quella di Charlotte. Per lei mi adagiai sul mare, mi lasciai trasportare, guardai in alto e mi innamorai del cielo. Per lei inghiottii il mio terrore".
Un bellissimo romanzo, una prosa accesa, vivida, coinvolgente. Impossibile non lasciarsi trasportare dall'alternarsi delle due voci femminili che raccontano, ricordano, rielabono gli eventi. L'autrice è capace di confinare il lettore lì, in quella stanza del guardaroba, di fargli sentire il respiro affannato della piccola Charlotte, così come di riflettere i suoi occhi in quelli colpevoli di Maddie, o in quelle pozze scure ormai prive di calore della triste Harriot, la sua esistenza ferma come quella delle sue amate farfalle al momento della morte, imprigionate nell'attimo acceso della loro bellezza, il fremito delle ali che battono un attimo prima che la vita si arresti, per sempre. La McGill ricrea con assoluta compiutezza la vita in una grande dimora sul finire del XIX secolo, i gesti quotidiani della servitù, le vecchie credenze popolari mescolate alla fede, i loro occhi fissi sui 'signori', in particolare sulla padrona di casa, indomita, indifferente ai pregiudizi, forte solo in apparenza.. fragile nella diversità che sarà la sua vera colpa, che segnerà la sua condanna.
"L'intermittenza" di Andrea Camilleri
Poco più di cento pagine per un mistero che si dipana nel volgersi della storia senza attanagliare. L'intento dell'autore è quasi una disamina sociologica del nostro tempo. E' di un crudo realismo, è la denuncia dei mali che corrompono gli animi umani: invidia, potere, gelosia, odio, vendetta, desiderio. L'incapacità di alcuni singoli a non pensare se non al proprio interesse che svilisce l'importanza della vita umana. Una prosa diretta, implacabile, che si fatica ad ascrivere al genio siciliano di Camilleri.
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