sabato 24 gennaio 2015

"Avrò cura di te" di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale

“Avrò cura di te”.
Così Filemone a Giò.
Poche parole, chiare, forti, ineludibili necessarie a dare coraggio ad una donna abbandonata dal marito. Una giovane donna insicura che ha tradito senza sapere nemmeno perché o forse sì, per insoddisfazione, indolenza, o semplicemente per una storia personale irrisolta.
Ma Filemene non è un amico come tanti, è un angelo custode.
Tanto improbabile credere che sia vero quanto bello, romantico, struggente perché è Giò a volerlo, a confidare che le sue parole di aiuto siano state ascoltate da qualcuno che è lì per lei, per supportarla. Era stato così anche per sua nonna, la magia può dunque ripetersi.
Ma.. non sarà semplice guardarsi indietro, definire le proprie paure. Né superare il dolore dell’addio, quel fastidioso senso di colpa per una storia finita per un suo errore. Soprattutto Giò dovrà trovare la forza per mettere in moto il cambiamento necessario a perdonarsi, perdonare: “Chi resta fermo ad aspettare che la vita gli restituisca ciò che gli ha tolto otterrà soltanto rancori mescolati a rimpianti”. Solo quando acquisterà fiducia in se stessa, passo dopo passo, supportata dalle parole lievi e sagge di Filemone facendo suo l’invito a lasciarsi andare perché: “Tu esisti davvero soltanto quando non pensi. Perché è quando smetti di pensare con la testa che cominci a sentire con il cuore” Giò ritroverà la sua identità e ricomincerà a vivere, a dare un senso alla parola amore… pur sapendo che “l’amore perfetto non esiste: quello reale è la somma di tante imperfezioni”.

La coppia Gramellini-Gamberale sforna un libriccino di frasi fatte - “Solo chi si vuole bene è capace di volerne anche al prossimo”-  e buoni sentimenti. Una sorta di tutor per emendare cuori infranti dalle sofferenze spicce di un tempo e una società che non perdona manchevolezze e cadute. Narrativa consolatoria. Stilisticamente un compitino ben fatto, ma la storia non scalda davvero il cuore.


domenica 18 gennaio 2015

"La parola contraria" di Erri De Luca

“Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria”.
Istigazione alla violenza. Di questo è accusato Erri De Luca. Per via di alcune parole pronunciate nel corso di un’intervista telefonica poi pubblicata sul sito Huffington Post. ‘La Tav va sabotata’. Poco conta tutto il resto.
In poche pagine appassionate, con parole scarne ed essenziali, di una verità che appare quasi banale per quanto semplice e incontrovertibile, Erri De Luca, spiega il significato delle parole al centro dell’accusa contro di lui, rivendica l’importanza del ruolo dello scrittore, portavoce di chi è senza ascolto, ispira l’auspicio di un tempo e una società che riconosca il valore assoluto dell’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
“La parola contraria è un dovere prima di essere un diritto”. Rivendica partecipazione De Luca, e che le parole ispirino ragionamenti e azioni.
Ripercorre la surreale vicenda giudiziaria di cui è improbabile protagonista De Luca, e va oltre: a prescindere dalla sentenza del 28 gennaio 2015: “Se la mia opinione è un reato, continuerò a commetterlo”.
E noi con lui.
http://iostoconerri.net/

giovedì 15 gennaio 2015

"Ieri, oggi, domani. La mia vita" di Sophia Loren

“La favola senza la vita perde tutta la sua magia, e viceversa. Il bello è camminare nel mezzo, senza mai rinunciare né all’una né all’altra”.
Lo sa bene Sofia Scicolone, in arte Sophia Loren.
La sua vita, il suo ‘ieri, oggi, domani’, è un racconto sincero e articolato che testimonia come la vita possa essere straordinaria, un miracolo inatteso di possibilità, un coraggioso viaggio verso la felicità.
Da un piccolo paese di provincia, dalla miseria della guerra, da un corpo gracile alla capitale, agli anni della rinascita, all’esplosione di una fisicità e di una bellezza a suo modo unica.
Da Sofia a Sophia… il passo non è breve.
Ci vorrà determinazione, sacrificio, studio e un pizzico di fortuna a spianare la strada della ragazzina di Pozzuoli verso Hollywood. Ma quella ragazzina non perderà mai di vista le sue origini, i sacrifici della sua famiglia, non smetterà mai i panni della bambina cresciuta senza padre, né si lascerà vincere dalle mille tentazioni del successo, deciderà di affidarsi solo a se stessa, alla sua forza, alla sua onestà per realizzare i suoi sogni: dalle copertine dei fotoromanzi alle prime esperienze da comparsa, dal cinema sul Tevere alle produzioni internazionali, da attrice emergente a star internazionale, fino all’ambita statuetta come migliore attrice.
“Niente accade se non si ha il coraggio di sognare” e Sophia l’ha sempre fatto, ha sognato per conto suo e per conto di sua madre Romilda, che rinunciò ai progetti di attrice per metterla al mondo e prendersi cura di lei, da sola, in un tempo in cui essere ragazze madri era più che una vergogna. Ha sognato per aiutare economicamente la sua famiglia, ha sognato per riscattare la sua infanzia di capi chini e corpi additati, ha sognato per cancellare persino il ricordo della fame, ha sognato per meritare l’affetto di un padre assente, ha sognato per avere una famiglia, dei figli che l’avvolgessero di quello stesso calore che mai le aveva fatto mancare la madre, la sorella Maria, gli amatissimi nonni materni, ha sognato per il suo paese che come lei andava rialzandosi dopo un’amara caduta. Ha avuto coraggio Sophia, non ha mai smesso di credere e vivere il suo sogno, lo sta facendo anche ora che viene ripagata dal regalo più bello della vita: i suoi nipotini.

Leggere i ricordi di Sophia significa attraversare gran parte del novecento, confrontarsi con i miti del cinema e della cultura internazionale, come pure partecipare ai suoi affetti più intimi, gioie e dolori che la rendono più vicina alla gente, meno patinata. Non più immagine da copertina ma corpo e anima, e che anima. La donna che volle esser mille volti e mille voci recitando per vincere le sue paure, che sgranò gli occhi grandi e riempì il suo sorriso di vitalità per conquistare il mondo e portarlo con sé, si racconta con la semplicità e la saggezza di una di famiglia, incantando.

venerdì 9 gennaio 2015

"Il mercante di luce" di Roberto Vecchioni

"Vivere è una maledetta indecente illusione".. lo sa bene il diciassettenne Marco, affetto da una rara malattia, la progenie, che non lascia speranza alcuna. Eppure Marco sa anche che "non importa quanto si vive ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere". Ma quanto è difficile, di più quanto lo sarebbe se non ci fosse suo padre Stefano, un eroe tragico a suo modo, a regalargli il sorriso, la forza e trasmettergli la passione per quella che da sempre sembra essere la usa unica ragione di vita, la letteratura greca, difesa e oltraggio in una vita contrassegnata dalla diversità, da qualcosa che insegni a sopravvivere, a contrastare la mediocrità, l'omologazione, il brutto esaltando la bellezza, i valori che appartengono ad un tempo lontano, sospeso tra mito e realtà in cui tutto sembra possibile, in cui tutto ha senso, in cui le emozioni, i sentimenti sono vivi, necessari, inebrianti; un tempo in cui gli uomini attribuivano un senso al 'fare' e in cui mortali e immortali si scambiavano 'fiato' di forza.
Stefano ha solo la poesia, i suoi eroi tragici per strappare la paura dal cuore del figlio morente, ha solo la parola per salvarlo, emendarsi dal peccato da cui sarà dannato per sempre: sopravvivergli. "Ti voglio passare non quel che vedi o credi di vedere, non quel che ami o credi di amare, ma la bellezza di vedere, di amare: non avrò modo, e lo sappiamo, di dirtelo esempio dopo esempio nella tua vita; non ci è concesso, non è possibile. Devo farlo subito, ammassando tutti i languori e i deliri di anni e anni in un attimo che li concentri e te li renda vivi, come vissuti. Noi Marco stiamo tentando di cantare un poema in una strofa, Una lirica in unverso".
Lo struggente, delirante, impossibile racconto di un padre al figlio che apre il cuore, trasmette con la passione per la letteratura greca, l'interezza dei sentimenti, passionali e violenti, così vivi da bastare ad un recluso alla vita, così necassari da rifulgere di una sfrontatezza che irride la morte.
Un viaggio a due quello di Marco e Stefano che salva entrambi... "non ho più paura".
 
Vecchioni tratteggia un personaggio sfrontato e disaffettivo, Stefano, chiuso in un modo tutto suo, affascinante quanto irrisolto, incongruo, incapace di trasmettere a chi gli è vicino quell'amore di cui legge da sempre e che racconta ai suoi allievi, capace però di riconoscere nella prossimità della morte del figlio la possibilità per dare senso alle parole e con loro alla sua vita, salvare e salvarsi. "Ho aspettato che resistesse fino all'ultimo. oltre ogni limite. Solo allora ho deciso che si meritava l'umanità e la bellezza".
Umano più che umano lo diventa quando sfiora la follia Stefano, quando si libera degli spettri del passato, per smettere i panni delle sue paure ancestrali.
Impossibile non cedere al fascino delle parole di Vecchioni, i continui rimandi alle tragedie greche sono grazia per il cuore.

sabato 29 novembre 2014

"Smith&Wesson" di Alessandro Baricco

"Tutti saltano nello stesso modo via dalla loro vita, oltre se stessi, rischiando tutto per sentirsi davvero vivi". Rachel Green sceglie un modo tutto suo per sentirsi viva, per scalzare il destino, sfidarlo, tentare qualcosa che nessuno ha mai fatto: lasciarsi cadere dalle cascate del Niagara in una botte. Trasformare un luogo di morte nel trionfo della vita.
Il 21 giugno 1902, complici due improbabili e scanzonati geniacci, Tom Smith e Jerry Wesson, davanti ad una folla gremita di spettatori giunti da ogni dove, Rachel tenta la sorte lasciandosi portar via dal fiume.. 
Accade una notte, accade che.. un pescatore di cadaveri perfetto conoscitore della geografia dei fiumi meno dell'anima degli uomini, e un meteorologo con un passato da inventore fallito, si lascino convincere da una giovanissima giornalista desiderosa di dimostrare il suo valore a cogliere l'ultima occasione per battere la noia della solitudine e la discriminazione dei vincitori: sopravvivere alle cascate del Niagara, all'abbraccio della natura selvaggia.
Con un battage pubblicitario senza precedenti e la folle determinazione di una ragazza disposta a tutto per conquistare la propria indipendenza, Smith e Wesson tenteranno l'impossibile, sfidando la ragione e l'assennatezza. Quello che verrà sarà il ricordo di un'impresa e un monito a raccontare del coraggio di una donna e della straordinaria e magica follia dei sogni, realizzati ad ogni costo. Raccontare per ricordare che "seminammo immaginazione, e follia, e talento".
Un testo teatrale breve e intenso che tratteggia personaggi strani, folli e divertenti al limite della caricatura ma ricchi di pathos. Una strana coppia che nel nome porta inciso il marchio dell'esplosiva vivacità, ed una giovane protagonista indomita.
Una narrazione, quella di Baricco, che stranamente svia il lettore. Tutto sul filo del lezioso, del costruito, quasi troppo controllato, dosato. Persino le parole, vero è come lascia dire a Smith che "le parole sono piccole macchine esatte.. se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi". 

giovedì 6 novembre 2014

"Guardati dalla mia fame" di Milena Agus e Luciana Castellina

8 marzo 1946. Andria.
La piazza è piena di gente, giunta da ogni dove per il comizio di Giuseppe Di Vittorio.
La guerra sembra alle spalle ma è un'illusione. La guerra vera, quella che si combatte ogni giorno, da sempre, per milioni di affamati e poveri cristi, non è mai finita, tanto più in terre svuotate di tutto persino della speranza, come le campagne pugliesi, ostaggio di latifondisti.
Ma in quell'otto marzo  1946 "la fame si fa violenza e chiede vendetta".
La gente aspetta solo un pretesto per rivoltarsi contro i padroni, quei proprietari terreni, quei nobilotti di paese che da sempre li affamano, e accade.
Dal tetto di Palazzo Porro che si affaccia sulla piazza principale del paese si avvertono spari, e la folla, inferocita, reagisce.
E' un momento e il palazzo è accerchiato, assaltato e gli occupanti stanati e colpiti, alcuni fino alla morte.
Ma a Palazzo Porro non ci sono uomini né alcuno che possa o voglia aggredire la povera gente. Il palazzo è di proprietà delle sorelle Porro, pie donne nubili la cui vita "disabitata" è ai margini di un racconto corale di paese dove i gesti sono ripetuti, i silenzi colmi di significato e le attese sospese.
Non c'è nulla nella loro quotidianità che non sia regolato, non leggono altro che fede nei gesti della gente e ne ignorano difficoltà, sogni e speranze. Sono avulse dalla società, rintanate nella loro casa fatta di merletti, preghiere e ricami, risparmi e implicite mortificazioni dell'anima, loro che escono solo per andare in chiesa di cui sono benefattrici, certe che quel bene venga condiviso con chi ha bisogno davvero, loro che "non protestavano e non domandavano niente più che di esistere".
Il giorno dopo l'assalto a Palazzo Porro ovunque ad Andria è silenzio, in piazza come nelle case della gente, silenzio assertore di un fatto di irrevocabile evidenza: le sorelle Porro sono morte, ree come tutti gli altri proprietari terrieri di "non avere fame" ma "affamare", di provocare con la loro solo presenza. Giustizia, o meglio, vendetta è compiuta, del resto "era gente soddisfatta di sé e invece.. se c'era qualcuno di cui diffidare, era proprio la gente soddisfatta di sé".
Il processo che seguirà, individuerà i colpevoli tra la gente, corpo indistinto, denunciando l'atavico problema di una discriminazione sociale senza tempo, arma crudele.
A raccontare la storia dell'omicidio delle sorelle Porro in due parti volutamente distinte le penne della Agus e della Castellina in una narrazione che confronta e colma la storia di pathos emozionale tipico dei romanzieri all'analisi lucida e ricca di dati del giornalismo.
La scrittura bifronte è palpitante e pregevole e di disarmante lucidità nel raccontare pagine della nostra storia moderna forse forzatamente dimenticata per edulcorare i drammi di una nazione come la nostra frammentata e problematica mai giunta a maturità sociale.




giovedì 2 ottobre 2014

"Colpa delle stelle" di John Green

"I veri eroi comunque non sono quelli che fanno le cose; i veri eroi sono quelli che notano le cose, quelli che prestano attenzione ".

E' tutto qui il segreto di 'Colpa delle stelle'. John Green, l'autore, ha saputo notare le cose: l'inquietudine, l'impossibilità di raccontare la malattia senza scivolare nel drammatico raffazzonare di luoghi comuni, l'agile stordimento dell'amore che basta a illuminare giornate di infinita tristezza perché lieve e spontaneo, coraggioso e appassionato, bastevole a se stesso, e non solo.. deciso a smuovere le coscienze, a costringere impietose analisi o sferzanti ribellioni, dare volto e voce alle professionalità tutte spese ad assistere, curare, sostenere i malati e le loro famiglie. Ma a dispetto della malattia che corrode le esistenze dei giovani protagonisti, 'Colpa delle stelle' racconta di speranze, saggezza e maturità in corpi imprigionati per sempre nell'adolescenza. Una maturità che permette di comprendere, accettare il male e vincerlo nel momento in cui si sa di non potevo battere, emendato; liberando il corpo da ogni costrizione, di ogni dolore terreno. Hazel e Augustus decidono di vivere, accettare quello che non possono cambiare, prendere quel che possono, ringraziare di quello che hanno avuto.
L'indicazione che ne viene ai lettori tutti è di rivedere i propri personali bisogni, accettare le imperfezioni della vita e prendere, godere di quello che si ha, notare l'infinito che si cela nella finitezza delle cose.
La delicatezza con cui l'autore racconta l'amore dei due giovani fa bene al cuore. "Mi hai regalato un per sempre dentro un numero infinito, e di questo ti sono grata".
Una volta tanto una narrazione semplice, disincantata ma leggera come una carezza gentile ispira pensieri profondi. "A volte sembra che l'universo voglia essere notato".